Autore: admin

  • Arriva l’arbitro assicurativo

    Arriva l’arbitro assicurativo

    Quando abbiamo una controversia con la nostra impresa assicurativa, per una polizza vita, danni o rcauto spesso diventa inutile o costoso far valere i propri diritti senza dover ricorrere ai servizi di un avvocato e soprattutto anticipare le spese, cosa che fa venir meno la convenienza di un ricorso quando le cifre in ballo sono piuttosto modeste.

    Un classico esempio è il sinistro stradale, magari per un danno da 2000 euro, tolte le franchigie l’assicurazione magari ve ne liquida solo 1000, ma mettere un avvocato significa anticipare una cifra pari o superiore al danno e attendere anni che la giustizia faccia il suo corso: in pratica non ne vale la pena, a meno che le cifre in ballo non siano davvero importanti.

    car crash on dirt road

    Ma da gennaio c’è una novità: l’arbitro assicurativo (AAS), una figura terza, gestita dall’IVASS, che per legge si occupa delle dispute tra assicurato e assicuratore che da una parte fa da filtro alle richieste giudiziali e dall’altra permette agli assicurati di difendersi in maniera più rapida, economica e con tempi certi, previsti dalla nuova procedura.

    In pratica in caso di controversia con un’impresa di assicurazione o un intermediario assicurativo, eccetto alcuni casi specifici in cui questa procedura non è disponibile (ad esempio in caso di alcune imprese estere che hanno dichiarato di utilizzare il sistema analogo del proprio paese, risarcimenti oltre determinati importi, sinistri per cui intervengono il CONSAP o il fondo vittime della strada o della caccia, le assicurazioni grandi rischi, etc.) si dovrà attingere a questo strumento dopo il reclamo fatto all’assicurazione e prima di un’eventuale causa, qualora non si ottenga comunque soddisfazione dalla procedura.

    La cosa interessante sono i costi, solo 20 euro da pagare tramite pagoPA che verranno restituiti in caso di vittoria e senza la necessità di ricorrere ad un avvocato: l’unica cosa a cui fare attenzione é che la procedura si basa solo sulla documentazione inviata, quindi non potranno essere chiamati in causa testimoni o documentazione creata successivamente, oltre alle limitazioni di valore della controversia, quando si richiede un pagamento alla controparte.

    Infatti l’arbitro non interviene su polizze vita oltre i 300.000 euro in caso di morte o 150.000 negli altri casi, polizze danni oltre i 25.000 euro e controversie oltre i 2.500 in caso di indennizzo diretto: ciò significa che in caso di sinistro stradale se la differenza tra il danno effettivo e quello liquidato è superiore a questa cifra (facile che succeda se l’assicurazione non vuole pagare il danno, meno se c’è soltanto disaccordo sulla cifra) l’arbitro non interviene e bisogna andare in causa, cosa comunque giustificata dalle cifre in ballo.

    La procedura prevede che in primis l’assicurato faccia reclamo all’assicuratore, che deve rispondere entro 45 giorni, se non si trova un accordo o manca la risposta, l’assicurato apre la procedura presso l’arbitro fornendo , accedendo al sito tramite spid o cie,  tutta la documentazione, il reclamo e la risposta allo stesso, copia dei documenti e del pagamento di 20 euro.

    Entro 10 giorni la segreteria tecnica verifica l’ammissibilitá e la presenza della documentazione ed eventualmente chiede integrazioni, poi contatta l’assicuratore che entro 40 giorni deve fare una sua controdeduzione, al quale noi avremo 20 giorni per una nostra eventuale replica, e altri 20 giorni per una controreplica dell’assicurazione. Al termine di questo periodo il collegio esaminerá la pratica entro 90 giorni (prorogabili di altri 90 in caso di situazioni particolarmente complesse) e comunicherá l’esito del ricorso a cui l’impresa dovrà ottemperare entro 30 giorni e rimborsare il contributo versato: quindi a meno di complicanze dopo 6 mesi dall’inizio della procedura di arbitrato si ha un esito e in meno di 9 mesi dal sinistro si ha il rimborso: decisamente piú conveniente di una causa.

    judgement scale and gavel in judge office

    Ovviamente ci sono alcuni paletti che non permettono di usare lo strumento in tutte le situazioni, ma in caso di una controversia non particolarmente grave ci consente di far valere i nostri diritti anche quando non vale la pena mettere di mezzo un avvocato, e se poi non ci si riesce nulla vieta di intraprendere successivamente un’azione legale.

    Voi conoscevate questo strumento? Pensate sia utile o sia dell’ulteriore complicata burocrazia?

  • Nuova tassa: lo SPID diventa a pagamento

    Nuova tassa: lo SPID diventa a pagamento

    Come qualsiasi italiano alle prese con la burocrazia ha imparato, per gestire tutte le pratiche della pubblica amministrazione on-line in autonomia dal proprio computer, tablet o smartphone abbiamo bisogno di un sistema di identificazione pubblico riconosciuto dall’ente del quale vogliamo usufruire i servizi.

    Questo sistema serve per certificare che la persona che accede al servizio pubblico digitale sia effettivamente chi dichiara di essere, dato che dietro al sito dell’ente non ci puó essere un impiegato che possa verificare la corrispondenza del documento del richiedente.

    Pertanto l’utente per farsi riconoscere, evitando che qualcun’altro spacciandosi per lui possa accedere a dati personali importanti come fascicoli sanitari, fiscali, pensionistici etc. deve avere un dispositivo che attesti ufficialmente l’identitá, che sia sicuro ed univoco, e che possa comunicare con il sito dell’ente pubblico.

    Esistono diversi metodi per avere questo servizio, dalla carta di identita digitale, all’app IO (IT Wallet), alla tessera sanitaria con CNS, ai sistemi di identitá digitale con token, tessere o chiavi digitali, ma quello generalmente piú compatibile, visto che per legge deve essere reso  disponibile da tutte le varie amministrazioni è lo SPID.

    SPID, acronimo di servizio pubblico di identitá digitale é un sistema nato nel 2014 dalla AgID, Agenzia per l’Italia Digitale, ente pubblico che si occupa della digitalizzazione della pubblica amministrazione, per consentire un accesso unico ai vari servizi digitali della pubblica amministrazione.

    Il sistema richiede che l’utente si registri al sistema presso un identity provider, che dovrá certificare la corrispondenza dell’utenza col documento di riconoscimento, e quando accederá all’ente erogatore del servizio (service provider) questo si collegherá con l’identity provider e ne consentirá l’accesso.

    L’identity provider può essere un ente pubblico o una società privata autorizzata a fornire il servizio, che spesso avveniva erogato gratuitamente o a costi molto ridotti, in quanto storicamente sovvenzionato da contributi statali.

    Qualcuno di questi provider riesce a coprire i costi chiedendo un contributo di attivazione una tantum, o vendendo dei servizi aggiuntivi, come l’identificazione con modalitá piú comode, o maggiori livelli di sicurezza, ma più o meno tutti gli identity provider, magari con qualche piccola limitazione, davano modo di avere uno SPID in modalitá gratuita.

    Il problema é che questi contributi col tempo sono andati a scomparire, rendendo insostenibile economicamente mantenere il servizio gratuito, specie per le società private.

    E se qualcuna (Intesa) ha cessato il servizio, altri come Aruba, InfoCert o Poste sono state costrette a chiedere un canone annuale per il servizio, nella migliore delle ipotesi gratuito per il primo anno.

    E il caso che ha fatto piú rumore é stato Poste, che è quello piú utilizzato in Italia, grazie alla facilitá di recarsi in un ufficio postale per la attivazione, che dal 2026 passa da essere totalmente gratuito al canone annuo di 6 euro, eccetto per alcuni utenti svantaggiati, minorenni o over 75.

    Ovviamente se ci siamo abituati ad usare SPID e non vogliamo pagarlo, quello che possiamo fare è cancellare la nostra utenza contattando il nostro identity provider , spesso con una procedura nell’area riservata o con l’invio di una apposita modulistica per la cancellazione, e parallelamente fare la registrazione con uno dei provider che continua a fornire il servizio gratuitamente, sperando di non scoprire di essere stati vittima della truffa del secondo spid, dove alcuni malintenzionati riuscivano a creare , presso un diverso provider, un secondo spid a insaputa della vittima rubando copie dei documenti: in quel caso se il vostro codice fiscale fosse giá utilizzato il nuovo provider non vi potrebbe rilasciare lo SPID.

    Il problema, è però,  che in assenza di contributi pubblici, sia per spending review che per favorire l’uso di un sistema totalmente senza costi di gestione per lo stato come la carta d’identità elettronica,  i pochi fornitori residui getteranno la spugna nel prossimo futuro e ci troveremo volenti o nolenti a dover pagare un canone annuo, così come successo per la PEC, inizialmente gratuita, che poi qualcuno la rese a pagamento dopo il primo anno e poi divenuta a pagamento senza alternative presso tutti i fornitori.

    E se come per la PEC i piú grandi fornitori del servizio (Poste ed Aruba) sono diventati a pagamento, purtroppo anche i piú piccoli finiranno per seguirli, anche solo per non dover trovarsi a gestire i clienti che si trasferiranno per scappare dal canone annuale.

    L’alternativa è iniziare ad utilizzare, laddove é supportata, al posto dello SPID, la CIE, che non ha bisogno dei servizi, e quindi dei costi, di un ente terzo: il problema é che l’adozione nelle pubbliche amministrazioni è ancora limitata, anche perché piú complessa da implementare, quindi al momento non si risolverebbe il problema al 100%, nonostante le promesse di una implementazione completa entro il 2026 .

    Voi avete uno SPID vittima del canone annuale? Con cosa lo sostituirete?

  • Arriva HBO Max: la nuova piattaforma streaming che ci farà diventare pirati?

    Arriva HBO Max: la nuova piattaforma streaming che ci farà diventare pirati?

    Purtroppo sembra che le piattaforme di streaming non abbiano capito che il loro nemico non é la pirateria, ma la frammentazione del mercato che ha portato a canoni sempre più cari e cataloghi sempre meno interessanti.

    E infatti ecco che da gennaio 2026 una nuova piattaforma di streaming video si è affaccia nel nostro paese: HBO Max, piattaforma di origine americana del gruppo Warner che arriva anche in Italia con molte serie che abbiamo conosciuto trasmesse sino all’anno scorso su Sky, con cui aveva in precedenza degli accordi.

    Il risultato: il catalogo di Sky si impoverisce dei contenuti del gruppo Warner Bros Discovery, nonostante l’aggiunta di qualche produzione propria e un rinnovato accordo con Disney, ma non diminuisce i prezzi, e se vogliamo continuare a seguire le serie HBO dobbiamo fare un nuovo abbonamento, ad eccezione per alcune serie che temporaneamente saranno disponibili su entrambe le piattaforme. 

    Ma se vogliamo vedere il vecchio catalogo delle serie HBO, DC Universe e WB, rivedere le stagioni precedenti o le nuove serie firmate HBO, il catalogo dei film Warner, lo sport di Eurosport e i contenuti esclusivi precedentemente disponibili su Discovery+ avremo bisogno di un nuovo abbonamento.

    E come per le piattaforme concorrenti pagare un canone mensile di almeno 5.99 euro per il piano con pubblicitá , che diventano 11.99 per eliminarla o 16.99 per il 4K, a cui aggiungere eventualmente ulteriori 3 euro per lo sport.

    Il problema è che comunque i contenuti previsti fanno gola quindi significa molto probabilmente aggiungere un abbonamento alla lista di quelli che già paghiamo, che magari comprende Netflix, Paramount Plus, Disney+, Amazon Prime Video, etc.

    Qualche complicazione in meno se si ha Tim Vision o Amazon Prime che potranno integrare HBO Max al loro abbonamento, altrimenti avremo anche bisogno di scaricare una nuova app e soprattutto verificare se il nostro smart tv o dispositivo di streaming sia compatibile col nuovo servizio, cosa che potrebbe creare qualche grattacapo per chi ha dispositivi datati o non aggiornati.

    Inoltre c’è da segnalare che il gruppo Warner Bros Discovery , proprietario di HBO, non naviga in buone acque e sta per essere venduto, conteso tra Netflix e Paramount, cosa che potrebbe portare in futuro alla scissione delle attività televisive da quelle cinematografiche con la perdita di diritti, funzionalitá a vantaggio di una piattaforma concorrente, dato che entrambi i pretendenti hanno le loro piattaforme di streaming.

    Il rischio è che quindi questa nuova piattaforma, a seconda di chi va ad acquistare la casa madre WB Discovery, possa finire per chiudere o ridimensionarsi nel giro di poco tempo, almeno fuori dagli Stati Uniti.

    Insomma abbiamo un nuovo concorrente nel mercato dai piedi fragili, che nonostante i contenuti di sicuro interesse rischia di essere una rogna in piú anziché un vantaggio per il consumatore.

    E menomale che lo streaming doveva agevolare gli utenti e sconfiggere la pirateria: queste nuove piattaforme costringono ad ulteriori esborsi per trovare i contenuti di nostro interesse e finiranno per stimolare ancora di piú l’uso di stream e download pirata, nonostante gli sforzi delle autorità, che finiscono per sortire gli effetti contrari, anche a causa di scelte prive di logica.

    Infatti, parlando di scelte illogiche, a causa del famigerato piracy shield ultimamente è in atto uno scontro tra AgCom e CloudFlare, infrastruttura di rete al quale si appoggiano la maggior parte dei servizi internet, che nonostante non sia responsabile della pirateria, ma che alcuni pirati potrebbero sfruttare, si è vista comminare una multa superiore al proprio fatturato annuo, per qualcosa che non ha commesso e che per come funziona tecnicamente la rete non puó evitare: ovviamente la societá americana non ha intenzione di pagare la multa e minaccia di abbandonare l’italia creando problemi di sicurezza e velocità al traffico internet italiano, creando per le imprese italiane danni 700 volte piú grandi della multa, comminata da gente che vuole creare pressioni politiche senza capire i risvolti tecnici delle proprie azioni.

    Purtroppo quando le piattaforme si fanno più avide e magari ci si mette di mezzo la politica per foraggiarle, si ottengono soltanto danni, facendo perdere l’unico grande vantaggio che avevano all’inizio: farci trovare i contenuti facilmente, senza sbattimenti e con poca spesa.

    Voi sapevate di questo nuovo servizio? Pensate di abbonarvi, ignorarlo o di passare alla pirateria?

  • RAM alle stelle: come l’IA ci sta rubando i componenti elettronici

    RAM alle stelle: come l’IA ci sta rubando i componenti elettronici

    Chi quest’anno ha provato a fare dei preventivi per l’acquisto di un computer se ne sarà accorto: i prezzi stanno aumentando e per alcune componenti in modo veramente significativo. Tutto nasce dalla fame di memoria necessaria per i sistemi di intelligenza artificiale, settore molto sulla cresta dell’onda che paga profumatamente e ha bisogno di quantitá importanti di memoria, sia essa RAM che disco, nel piú breve tempo possibile. 

    Questo significa che i produttori di queste componenti stanno spostando le produzioni dai prodotti per i consumatori a quelli per i server e i data center i cui margini sono ordini di grandezza superiore, riducendo o mettendo in standby la produzione di componentistica consumer il cui guadagno è molto piú limitato, impegnando le fabbriche con le produzioni per le quali si guadagna di piú.

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    Ma la richiesta è talmente alta che i prezzi si sono alzati al punto che i listini alla produzione che si aggiornavano normalmente una volta all’anno, cambiano giorno per giorno a causa dei rilanci al rialzo fatti dagli utilizzatori professionali, e dai rivenditori che hanno bisogno di fare scorte a un prezzo certo, tanto che ormai fare un preventivo diventa come seguire l’andamento di un titolo in borsa.

    E le case che seguivano sia i mercati professionali che quelli per il consumatore, stanno abbandonando quello meno redditizio, come successo da poco con lo storico marchio Crucial abbandonato dalla casa madre Micron che ha deciso di dedicarsi solo al settore professionale dove i margini sono molto migliori e senza i costi e il personale necessario per gestire il rapporto con i consumatori diretti, o come Nvidia che ha rallentato la produzione delle proprie schede video da gaming per orientare la produzione sui chip per l’IA.  

    Con queste premesse la produzione per il mercato consumer, se contiene delle memorie, è bloccata, quindi le poche scorte a magazzino, per la legge della domanda e dell’offerta schizzano alla stelle.

    Questo significa che a mancare non sono soltanto RAM e dischi SSD ma tutto ciò che contiene memorie, come schede video ma anche cellulari, tablet e persino prodotti di uso casalingo che hanno funzionalitá smart, dalle tv ai sistemi domotici a banalmente a elettrodomestici come frigoriferi o lavastoviglie connessi a internet.

    E se la fame di memoria continua questo porterà anche altre categorie a soffrirne, pensiamo ad esempio alle moderne automobili ormai diventate tablet con le ruote che ne fanno uso.

    Tutto quello che contiene memorie è destinato ad aumentare di prezzo, almeno sino a che il mercato non si stabilizzerá, ma non é l’unico problema.

    Infatti esistono vari tipi di memorie e tecnologie, e se magari quelle meno recenti potrebbero soffrire meno il problema dato che i macchinari, le lavorazioni e i fornitori sono diversi rispetto a quelli all’ultimo grido utilizzate dall’IA, il problema è che visto che i guadagni sono ordine di grandezza superiori i produttori stanno convertendo le produzioni a ciò che richiede il mercato, creando shortage anche sulle tecnologie piú datate che in teoria non dovrebbero soffrire del problema, creando problemi anche a prodotti molto meno tecnologici e comuni che si potrebbero trovare senza componentistica.

    E questo magari va a creare problemi anche a prodotti non particolarmente tecnologici, ma che magari hanno al loro interno componentistica elettronica  prodotta dagli stessi produttori di memorie, che si trovano senza componenti, vista la proritá data alla produzione di memoria,  portando a minore disponibilità e aumenti di prezzo anche a prodotti che in teoria non hanno a che fare con la tecnologie IA.

    Quindi se avete bisogno di un prodotto tech le strade sono due, o ci si fionda ad acquistarlo il prima possibile prima che i prezzi continuino a salire o si mette in standby l’acquisto, presumibilmente per almeno 1-2 anni in attesa che i prezzi si stabilizzano, che scoppi la bolla, o che magari qualche nuovo produttore asiatico decida di entrare sul mercato per colmare il vuoto, rimettendo a posto i prezzi.

    Insomma dopo lo shortage tecnologico della pandemia, ora è l’IA a minare i portafogli di chi deve acquistare tecnologia, dopo un periodo che si era finalmente stabilizzato.

    Voi avete bisogno di acquistare tecnologia e avete trovato rialzi? Pensate di attendere che i prezzi si ristabiliscano o acquisterete prima di ulteriori nuovi aumenti?

  • iRobot: l’inventore del Roomba sta fallendo

    iRobot: l’inventore del Roomba sta fallendo

    Gli aspirapolvere robot sono ormai presenti nelle nostre case da tempo, grazie alla loro comodità e al prezzo contenuto, almeno per i modelli meno sofisticati.

    Certo non possono sostituire una accurata pulizia manuale, ma aiutano certamente a raccogliere lo sporco e grazie alla loro automazione fanno risparmiare tempo prezioso, magari relegando le più accurate pulizie tradizionali ad un evento periodico, lasciando alla macchina le pulizie quotidiane.

    Quelli piú evoluti hanno anche la possibilitá di pulire i pavimenti con acqua e detergente, di scaricare in autonomia la sporcizia e di lavare autonomamente le spazzole, così come la possibilitá di mappare la casa con sistemi lidar per garantire migliore copertura ed evitare gli ostacoli.

    black round device on brown wooden flooring

    Insomma nel tempo questo elettrodomestico si è evoluto e da primizia tecnologica è diventato un prodotto adatto a tutte le tasche e le esigenze.

    Ovviamente visto il successo tante case produttrici sono entrate nel mercato consentendo innovazione e prezzi sempre piú bassi, tanto che addirittura si può trovare qualche modello anche a prezzo volantino nei reparti no food dei discount.

    Ma se facciamo un pó di mente locale ricorderemo i primi robot presenti sul mercato, i Roomba della casa americana iRobot che li ha inventati negli anni 90: costosi e indistruttibili erano la novitá tecnologica piú desiderata delle nostre case, almeno prima dell’avvento di tanti cloni orientali altrettanto validi ma sicuramente piú a buon mercato.

    Questa azienda era stata creata da alcuni professori di robotica del MIT che decisero di mettersi in proprio e offrire sul mercato i frutti delle loro ricerche, sia in ambito militare che civile.

    Infatti da iRobot nascerá la tecnologia del rover spaziale Sojorner della Nasa, così come un robot da ricognizione usato anche tra le macerie dell’attentato al World Trade Center, oltre al famosissimo Roomba che divenne un successo planetario.

    Ma questo successo portò nel tempo l’azienda a decidere di vendere la propria divisione militare per concentrarsi su quella civile, senza considerare gli effetti della concorrenza orientale che nel tempo fecero perdere al Roomba quella posizione di innovatore a vantaggio dei produttori cinesi, che miglioravano i loro prodotti molto rapidamente e con costi molto ridotti, tanto che la stessa iRobot é stata costretta a demandare la produzione ad aziende cinesi per poter rimanere competitiva.

    Ma nonostante le difficoltá il colpo di grazia è arrivato quando Amazon si offrì di acquistare l’azienda: questa operazione , che avrebbe potuto sistemare le traballanti finanze dell’azienda fú bloccata dalle autoritá antitrust temendo per l’eccessiva mole di dati che il colosso dell’e-commerce potesse ottenere dall’operazione, obbligando l’azienda di Jeff Bezos a ritirarsi dall’affare e lasciando iRobot in condizioni finanziariamente critiche che hanno portato recentemente a dover accedere al famigerato Chapter 11, l’anticamera al fallimento negli Stati Uniti.

    E a salvare la storica azienda sará un suo fornitore cinese, Picea , che realizza robot aspirapolvere conto terzi per marchi come General Electric, Xiaomi,Electrolux, Karcher, Haier, Shark,Whirpool, Anker, Philips e appunto iRobot oltre che con il suo marchio 3i.

    Questa azienda cinese acquisterá la storica casa americana, i marchi, i brevetti e la distribuzione salvandola dal fallimento.

    E ironia della sorte questo accade in un’America dove si alzano barriere protezionistiche nei confronti della Cina , ad esempio come successo coi droni DJI, ma si lascia scappare un’azienda fortemente innovativa, che nonostante non abbia piú lo smalto dei primi tempi è sicuramente importante per l’indipendenza tecnologica occidentale.

    Ovviamente il nuovo proprietario garantirà l’assistenza e la disponibilità di ricambi, quindi i prodotti già acquistati resteranno funzionanti, anche se i prodotti che utilizzano servizi in cloud o modelli molto datati potrebbero risentire di problemi e limitazioni.

    Voi sapevate di questo fallimento? Usate i prodotti di iRobot?

  • Le auto termiche sono salve?

    Le auto termiche sono salve?

    Una notizia importante per gli automobilisti, come ampiamente prevedibile é saltato il divieto di immatricolazione di nuove auto termiche, previsto inizialmente per il 2035, questo permetterá alle case automobilistiche, seppure con delle limitazioni, di continuare a vendere auto a motore termico, ripensando l’idea iniziale di avere esclusivamente auto elettriche.

    Fortunatamente la ragionevolezza ha prevalso sull’ideologia, dato che tecnicamente ne le case automobilistiche europee ne le reti elettriche erano pronte al cambiamento dell’intero parco circolante, e ne i consumatori ne gradivano l’acquisto , dato che nonostante generosi incentivi e limitazioni sempre piú stringenti per le auto termiche non hanno cambiato le abitudini di acquisto, relegando le elettriche pure a numeri bassi.

    Inoltre ci si scontra con problemi economici, dato che le auto elettriche , a paritá di caratteristiche, costano piú delle termiche e soprattutto il periodo non florido non permette ai consumatori di poter cambiare auto facilmente, evitando l’acquisto di nuove auto, e se proprio costretti tendono a scegliere quelle piú economiche.

    woman in yellow shirt while filling up her car with gasoline

    Inoltre anche i costi per alimentarle non rendono le elettriche convenienti a causa dei costi dell’energia alle stelle a causa di guerre e situazioni geopolitiche instabili e dell’abbandono dell’energia nucleare da parte di alcuni paesi, rendendo importante la differenza col termico specialmente quando si fa uso di colonnine pubbliche veloci per la ricarica, mantenendo una certa convenienza solo se si ha la possibilitá di ricaricarle in casa, magari grazie ad un impianto fotovoltaico, condizione che ovviamente é riservata solo ad una piccola fetta della popolazione.


    Inoltre questa imposizione stava rovinando l’industria automobilistica europea, tradizionalmente molto forte coi motori termici, ma in ritardo sulle tecnologie elettriche, cosa che avrebbe eccessivamente avvantaggiato i produttori cinesi, con conseguente chiusura di stabilimenti e marchi europei in favore di quelli orientali leader del mercato che ne avrebbero assorbito produzione e vendite facendo scompare la nostra industria, come successo in altri settori.

    Questo non significa che le elettriche smetteranno di essere vendute, ma ci sará un assorbimento piú graduale che permetterá sia ai costruttori, che specialmente agli operatori elettrici di adeguarsi, potenziando le reti, la produzione e l’installazione piú capillare di colonnine e punti di ricarica.

    Nel frattempo la quota di auto ibride ed elettrificate, ad esempio quelle dotate di range extender andranno a prendere quote di mercato delle termiche pure, abituando gli utenti a viaggiare anche in elettrico, magari nelle aree urbane dove ha piú senso, utilizzando il motore termico per i viaggi extraurbani o per consentire la ricarica delle batterie in assenza di colonnine.

    E nel tempo , quando i costi dell’elettrico scenderanno, la tecnologia sará piú rodata anche il mix  di auto termiche, ibride ed elettriche si rimodellerá naturalmente sulle tecnologie migliori per il consumatore, dato che soprattutto per alcuni usi , come i viaggi a lunga percorrenza o per la rapiditá nella ricarica,  la versatilitá delle auto termiche è al momento inarrivabile dalle elettriche.

    Inoltre gli obblighi di riduzione delle emissioni comunque rimangono, seppur fissando target un po meno stringenti, aprendo la strada a biocarburanti, idrogeno, auto ibride e alla compensazione delle emissioni grazie a crediti verdi ad esempio con l’uso di acciai meno inquinanti o con la vendita di minicar elettriche.

    gas pump nozzle filling the white car

    Ad ogni modo si è scampato un pericolo, anche se alla fine il diavolo sta nei dettagli ed eventuali passi falsi rischiano di costare parecchio ai consumatori europei.

    Voi sapevate di questa novitá? Avreste mantenuto il divieto? Preferite le termiche o le elettriche?

  • Trump fa fuori i droni made in china?

    Trump fa fuori i droni made in china?

    Brutte notizie nel mondo dei droni, almeno sul territorio americano con il ban dei prodotti di produzione estera, che si vedranno negate le autorizzazioni al commercio di nuovi prodotti, sia per prodotti finiti che per la componentistica.

    In pratica i maggiori produttori, che sono di origine cinese come i leader di mercato DJI e Autel vengono inseriti nelle entity list dell’ FCC per problemi di sicurezza nazionale, così come è stato fatto in passato coi prodotti elettronici e di rete di Huawei e ZTE o gli antivirus Kaspersky, leader di mercato ai quali è stato tagliato il mercato americano, compromettendo le vendite anche nei paesi amici degli Stati Uniti.

    L’ inserimento in questa lista rende impossibile l’approvazione  sul suolo americano di nuovi modelli, ma comunque consente l’utilizzo dei prodotti già in commercio e già nelle mani dei consumatori, ovviamente il problema si riscontrerá solo coi nuovi prodotti e probabilmente nei ricambi.

    flying white drone tilt shift lens photography

    E la perdita di un mercato importante diventa un problema per un’azienda globale come DJI, che magari dovrá ripensare i propri prodotti per il mercato domestico e dei paesi alleati della Cina, rallentando , almeno sulla carta, l’innovazione non potendo piú spalmare i costi di ricerca e sviluppo, essenziali per le aziende ad alta tecnologia, sui numeri globali.

    C’è da dire che l’azienda sta iniziando a prendere le proprie contromisure estendendo la produzione ad altri articoli meno sensibili per la sicurezza , come i robot aspirapolvere.

    two assorted quadcopter drones with controllers

    Inoltre il ban americano non significa che automaticamente ci sarà una misura simile anche in Europa, ma il rischio che per motivi geopolitici anche da noi ci possa essere una mossa simile non é certamente da escludere.

    Il problema peró é che , almeno sul mercato consumer, non esistono alternative non cinesi che permettano di avere gli stessi risultati, la stessa tecnologia e gli stessi prezzi.

    Questo significa che le attività che fanno uso di droni civili, dall’agricoltura all’ingegneria o alle creazione di contenuti video subiranno forti rallentamenti in assenza di alternative, soprattutto ai prezzi economici a cui siamo abituati.

    green leafed plants

    E anche le motivazioni di sicurezza probabilmente sono pretestuose, servono piú per colpire un avversario commerciale molto forte nel suo settore con delle barriere protezionistiche che rischiano di rivelarsi controproducenti, almeno nell’ambito civile.

    E’ magari vero che in ambito militare dipendere troppo da fornitori esteri, di paesi per giunta non amici può essere pericoloso, così come il fatto che il drone civile puó trasformarsi con apposite modifiche in un’arma, ma in assenza di alternative il rischio è che la toppa sia peggio del buco.

    person holding white and black quadcopter drone

    Ad ogni modo attendiamo di capire come vorrá muoversi l’Europa, se seguire la mossa dell’amministrazione Trump rinunciando all’innovazione dei droni cinesi o se continuare per la propria strada.

    Voi utilizzate i droni cinesi?

  • E’ la fine per il car sharing?

    E’ la fine per il car sharing?

    Nelle cittá un modo innovativo di muoversi in autonomia senza spendere troppo è certamente il car sharing, dove si ha la possibilitá di avere a propria disposizione un’auto per raggiungere la nostra destinazione noleggiandola solo per il tempo necessario alla nostra commissione, spesso potendola rilasciare nei pressi della nostra destinazione e magari noleggiarne un’altra per tornare a casa quando abbiamo terminato i nostri affari. 

    Con questo sistema oltre al risparmio rispetto ad un mezzo equiparabile come un taxi, organizzandosi per bene si ha il vantaggio di poter fare a meno di avere la macchina o quanto meno poter rinunciare ad una seconda vettura in famiglia. 

    Inoltre la possibilitá di accedere a ZTL e parcheggi gratuiti creano una comoditá e un risparmio anche nei confronti dell’auto privata se accediamo spesso alle zone a traffico limitato gravate da ticket di ingresso o dove comunque parcheggiare gratuitamente é una chimera.

    Ma questi servizi che andavano tanto di moda prima del covid, con la diffusione dello smartworking hanno perso appeal e soprattutto clienti, e anche col ritorno alla normalitá i numeri dei noleggi non sono tornati a quelli dei primi tempi, portando alla chiusura di alcuni operatori, gravati da costi sempre piú alti, inciviltá degli utenti che comporta spese di ripristino delle vetture  a carico degli operatori e canoni comunali sempre piú alti.


    Ma anche riducendo l’offerta, per le compagnie che hanno resistito, i conti non riescono a tornare, e se i primi a cadere sono stati gruppi internazionali che hanno gradualmente venduto le attivitá o abbandonato il nostro paese per dedicarsi a localitá piú redditizie, quello che fá riflettere è la trasformazione di enjoy, il servizio di car sharing di eni leader del mercato che in pratica sta rivoluzionando il servizio rendendolo simile a quello di un autonoleggio a breve termine, simile a quelli che troviamo in aeroporto, operando solo dalle stazioni di servizio della casa madre e da alcuni parcheggi convenzionati.

    In pratica dal 2026 non si potrá piú prendere una macchina disponibile per strada e rilasciarla a destinazione, né si avrá piú il libero accesso alle ztl e ai parcheggi blu: si noleggerá , prenotando l’auto tramite la app, che tralaltro smetterá di accettare le carte di credito prepagate, e riportandola solo nel punto di ritiro dove la si è noleggiata o in un parcheggio convenzionato.

    Ovviamente questo cambiamento la rende utile solo per chi ha bisogno di un mezzo temporaneo per qualche ora o al limite per pochi giorni, come un turista, un trasfertista o per chi ha la macchina di proprietá indisponibile magari a causa di una riparazione, ma non per l’uso quotidiano in sostituzione di un veicolo di proprietá, vanificando la possibilitá di fare a meno dell’auto di casa, anche in considerazione della minore disponibilitá di mezzi. 

    Ma Enjoy non é l’unica a capitolare, anche Zity il noleggio di auto elettriche di Mobilize, branchia dedicata alla micromobilitá del gruppo Renault chiude il servizio, lasciando in pratica solo un grande operatore sul mercato a fare il servizio di car sharing free floating nel nostro paese, al netto di qualche piccolo operatore locale e di operatori che noleggiano da stazioni fisse su prenotazione, dove comunque si perde il vantaggio di poter noleggiare una macchina come fosse un mezzo pubblico.

    Ma anche chi rimane non se la passa benissimo, quindi non sarebbe strano che nel giro di poco tempo questi operatori vadano a sparire o comunque ad abbandonare il servizio di free floating, magari spostando le auto, distribuendole in altre cittá inizialmente non coperte dal servizio in modalitá station based, un po come ha fatto la stessa enjoy con i point che hanno raggiunto buona parte del territorio nazionale, estendendosi dalle grandi metropoli anche alle cittá piú piccole, che per ragioni di turismo o di affari possono assorbire una piccola  flotta, magari molto meno capillare rispetto alle metropoli, ma rivolgendosi a una clientela diversa.

    Voi utilizzate i servizi di car sharing? Vi trovate bene? Sapevate di questa novitá?

  • Grande schermo TV o Videoproiettore ?

    Grande schermo TV o Videoproiettore ?

    Chi ha la necessità di cambiare televisore avrà sicuramente pensato a come risparmiare qualcosa, soprattutto se punta a modelli di grandi dimensioni.

    E per risparmiare ci sono tante opzioni, magari rivolgersi a un marchio meno blasonato, scegliere un modello non recentissimo, o scegliere una tecnologia più economica, al prezzo di qualche rinuncia sulla qualità o sulle funzionalità.

    Ma esiste anche una soluzione un pò particolare che ci può permettere di avere schermi enormi a un prezzo molto conveniente: i videoproiettori.

    Infatti nel tempo le tecnologie si sono evolute e i prezzi diminuiti, consentendo di avere proiettori in alta definizione, con funzionalità smart anche al prezzo di poche decine di euro.

    Questo perché alcuni produttori asiatici sono riusciti ad adattare la tecnologia di un comune smartphone, ad una lampada consentendo la proiezione a costi bassissimi, e se fino a poco tempo fà con queste soluzioni si pagava pegno nella definizione e nella risoluzione, almeno nei modelli più economici, ora si riesce ad avere proiettori con un’alta definizione reale a prezzi impensabili solo qualche anno fa, specie quando non hanno marchi altisonanti sulla scocca.

    Ovviamente non sono prodotti perfetti, ma possono essere un’alternativa economica a chi sogna di avere una sala cinema low cost, a patto di avere un ambiente non troppo illuminato e un telo o una parete sgombra per la proiezione.

    Infatti se questo genere di prodotti lowcost hanno un difetto è la luminosità, che anche scegliendo i modelli migliori tende a scarseggiare , non consentendo la visione in stanze illuminate a differenza di un televisore che può essere goduto anche in piena luce.

    La soluzione può essere abbassare le serrande e goderselo con il buio, ma considerato anche la necessità di avere un telo o uno spazio apposito sul quale proiettare li rende poco versatili, quindi magari non saranno un sostituto della tv, ma sicuramente un valido complemento.

    Ma con un po’ di fantasia, e grazie ai sistemi di regolazione automatica nulla ci vieta magari di proiettare sul soffitto o su un telo retrattile magari motorizzato.

    Altri difetti di questi proiettori lowcost possono essere la disponibilità di ricambi, ma va considerato che spesso questi proiettori finiscono per costare meno del costo di una lampada di ricambio per un proiettore di marca, quindi considerato il costo, in caso di guasto a fine garanzia non ci si fà tanti problemi nel rottamarli e magari sostituirli da un modello più aggiornato.

    Va ovviamente tenuto conto nella scelta che ci sono ancora sul mercato modelli vecchi con risoluzione non full hd nativa, da scartare vista la differenza di prezzo esigua con un modello moderno, così come modelli poco luminosi o con caratteristiche palesamente fantasiose e non corrispondenti al vero, motivo per cui meglio leggere qualche recensione prima dell’acquisto per accertarsi che il prodotto scelto sia valido.

    Accertatevi anche della presenza di tutte le porte necessarie per collegare i vostri dispositivi e di un comparto audio o multimediale adeguato, e se ha le funzionalità smart tv che abbia le certificazioni per i contenuti protetti come netflix e la possibilità di installare delle app grazie a sistemi operativi comunemente supportati.

    Ad ogni modo se ne trovano in rete di origine cinese , spesso con marchi di fantasia, a prezzi molto abbordabili che meritano quanto meno un test per capire se possono fare al caso nostro, magari riservandovi di fare un reso se non siete soddisfatti.

    Voi li conoscevate? Ne avete uno? Li utilizzate o preferite la classica TV?

  • Calze da neve: l’inverno non fá piú paura

    Calze da neve: l’inverno non fá piú paura

    Con l’arrivo dell’inverno arriva anche l’obbligo dell’utilizzo di pneumatici invernali o catene nelle strade di montagna dove è probabile incontrare neve o ghiaccio. Ovviamente l’obbligo non riguarda tutte le strade ma solo quelle dove è presente l’apposita segnaletica valida dal 15 novembre al 15 aprile, pena una multa compresa tra i 41 e i 338 euro e tre punti sulla patente,  a seconda della tipologia della strada.

    E per ottemperare a questo obbligo ci si puó dotare di diverse soluzioni: gli pneumatici invernali con l’indicazione M+S, le catene e da qualche anno anche le calze da neve, purché omologate e della misura corretta.

    E la scelta dipende da dove e come usiamo la macchina in inverno, ma spesso anche dalla tipologia di vettura. Se si abita in una zona montana, dove il rischio di trovare neve o ghiaccio é reale e frequente, la soluzione ideale, non solo per praticitá ma anche per sicurezza sono i pneumatici invernali, che se è vero che sono costosi e richiedono di essere cambiati a fine stagione, durano di piú e soprattutto sono piú efficaci in caso di condizioni metereologiche impreviste.

    L’alternativa, per chi va in montagna sporadicamente o per essere sempre in regola  é l’uso delle catene da neve da tenere in macchina e montare solo in caso di necessitá: il loro vantaggio é il costo, dato che sono relativamente economiche, specie per le misure piú comuni, e la durata dovuta alla loro robustezza, ma sono complesse da montare e da gestire, specie per chi non è abituato alle strade innevate. Inoltre alcune auto, specie quelle piú sportive, con cerchi grandi e assetti ribassati spesso non sono catenabili, o nelle migliori delle ipotesi richiedono delle catene specifiche, piú costose e di difficile reperibilitá.

    La soluzione per gli usi sporadici e per le vetture non catenabili sono le ultime arrivate, e omologate per l’uso solo da pochi anni: le calze da neve, una sorta di guanto di uno speciale tessuto tecnico da montare sopra la gomma in maniera estremamente rapida , che possono rimanere nel cofano dell’auto ed essere utilizzate rapidamente senza doversi fermare per tesare le catene e utilizzare astruse istruzioni per agganciarle, cosa cruciale per chi magari vede la neve raramente e che sicuramente avrá dimenticato la giusta procedura per montarle e utilizzarle.

    Anche il costo delle calze è relativamente economico, oltre al fatto che la stessa misura di calza tende ad adattarsi a piú misure di pneumatici, e questo ci consente di risparmiare, trovare quelle giuste con piú facilitá e magari anche riuscire a farcele prestare in caso di necessitá.

    Ovviamente pagano una durata molto limitata , essendo generalmenre testate per soli 120 km, e il limite di  velocità , quando in uso, di 50 km/h, che comunque non è un grosso problema in considerazione del fatto che in presenza di neve normalmente si guida a bassa velocità.

    Per farle durare piú a lungo è consigliato rimuoverle appena  in assenza di neve o ghiaccio e di evitare accelerazioni e frenate brusche.

    Come per le catene, bisogna accertarsi che siano omologate e che corrispondano alla misura del pneumatico, vanno montate almeno nelle ruote motrici dell’auto, anche se non è sbagliato montarle su entrambi gli assi per maggiore sicurezza.

    A livello prestazionale sono ottime su neve fresca, ma sono meno efficaci in presenza di ghiaccio o neve abbondante rispetto alle catene, ma la loro versatilitá e soprattutto la facilitá di montaggio la rendono la soluzione ideale per gli usi sporadici, magari per attraversare una strada soggetta ad obbligo di catene rimanendo in regola in caso di controlli.

    Voi cosa usate in inverno per usare l’auto sulle strade innevate? Preferite le gomme invernali, le catene o le calze da neve?