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  • La tassa anti pirateria colpisce ancora: tassati anche cloud e ricondizionati

    La tassa anti pirateria colpisce ancora: tassati anche cloud e ricondizionati

    In Italia esiste una tassa anacronistica che nasce per tutelare i titolari dei diritti di contenuti audiovisivi dalla copia, ridistribuendo loro parte di questa tassa.

    Questa tassa nasce oltre 20 anni fà quando era normale piratare su musicasette, cd o videocassette il nostro album o film preferito, pertanto si era pensato di tassare i supporti vergini per creare una sorta di rimborso ai titolari dei diritti d’autore.

    Era una norma, seppur corretta nella finalità, iniqua in partenza perché nel supporto vergine non è detto che venisse registrata un’opera coperta da diritti d’autore, ma magari solo nostri dati privati o le foto o i filmati delle nostre vacanze.

    portrait shot of a woman

    Ed era ancora più ingiusta perchè è stata estesa a tutti quei dispositivi che possono, anche solo potenzialmente, registrare delle opere coperte dal diritto d’autore, quindi anche chiavette usb, schede di memoria, dischi rigidi e ssd per il computer, ma anche i dispositivi stessi dai videoregistratori, masterizzatori, ai lettori mp3 , dagli smartphone ai computer, anche se si tratta di dispositivi aziendali dove è poco verosimile che vengano stoccati file pirata.

    E dato che la tassa viene riscossa dai produttori, su alcuni dispositivi che astrattamente potrebbero registrare contenuti multimediali le case preferiscono disabilitare le funzioni per i prodotti destinati al nostro mercato, ad esempio smartwatch o decoder per il digitale terrestre, dove la funzionalità multimediale non è essenziale spesso si preferisce castrare il dispositivo per non pagare questa tassa.

    several transparent compact audio cassettes with visible tape and red inner reels placed randomly on a blue background selective focus technique

    Ma se può essere tollerabile pensare di pagare una tassa sui supporti CD, DVD o Bluray vergini, e in astratto anche i masterizzatori, anche se obiettivamente sono ormai superati sia dalla tecnologia che dallo streaming che ha sconfitto quel tipo di pirateria diffusa sino ai primi anni 2000, questa tassa colpisce dispositivi che difficilmente vengono usati per la pirateria. Infatti pagano la tassa anche le schedine SD per le macchine fotografiche, le chiavette usb che usiamo per spostare i dati nei computer, ma anche gli stessi dischi , interni o esterni, che usiamo per il backup dei nostri computer, così come i televisori, tablet e i computer stessi.

    A seconda del dispositivo, specie sui dischi e le memorie più grandi, pagando la tassa a seconda della capacità in gigabyte la spesa non è trascurabile e può arrivare a decine di euro che si sommano al prezzo del dispositivo, anche se non è destinato a contenere file multimediali.

    an external storage drive on wooden table

    E queste tariffe sono state recentemente riviste al rialzo, mantenendo la tassazione su dispositivi obsoleti ormai spariti dal mercato ma rivendendo gli scaglioni per colpire i dispositivi più capienti arrivati sul mercato, aumentando tra il 15 e il 40% le precedenti tariffe e estendendole a dispositivi di nuova concezione.

    E tra le novità c’è il pagamento della tassa anche sui dispositivi ricondizionati, quindi soggetti ad una doppia tassazione, sia quando sono stati venduti da nuovi che quando vengono rivenduti come usati, ma quella più pericolosa è la tassazione sul cloud.

    modern and vintage data storage solutions

    Infatti i servizi di cloud storage dovranno ogni mese pagare una tassa su ogni giga fornito ai propri utenti, anche se in forma gratuita e indipendentemente dall’utilizzo dello spazio, pagando di fatto una doppia tassa, dato che il compenso è già stato pagato all’acquisto del server e dei dischi.

    Inoltre nel cloud difficilmente vengono caricate opere piratate, anche perché questo violerebbe le norme dei gestori, dato che vengono perlopiù utilizzati per backup e conservazione di dati privati come file di lavoro, documenti o fotografie.

    La norma paradossalmente colpisce anche servizi come quelli di posta elettronica o di backup che superando il giga di spazio sono costretti a pagare una tassa, anche se offrissero il servizio in forma gratuita, con il rischio che decidano di bloccarlo nel nostro paese o costringerci a pagare un abbonamento.

    box server illuminated on blue

    E colpire il cloud significa azzoppare la digitalizzazione del paese e favorire i gestori cloud esteri che possono eludere la legge non dovendo sottostare alla nostra legislazione, ma soprattutto costringere i provider cloud italiani creare delle procedure costose ad hoc per il conteggio e la riscossione di questa tassa, nata ignorando le richieste delle associazioni di categoria.

    Ma quello che infastidisce di più è che la pirateria è solo una scusa per una tassa extra, visto che il fenomeno grazie allo streaming legale, è praticamente scomparso, tanto più che la tassa si paga principalmente su dispositivi, come pennette usb, schede di memoria e dischi che si usano principalmente per scopi leciti ben lontani dalla pirateria.

    stack of discs in close up shot

    Purtroppo se acquistiamo i nostri dispositivi in Italia siamo costretti a pagarla, e a seconda della capienza dei dispositivi non si tratta di qualche centesimo in più pagato su un cd vergine, ma a seconda dei casi di decine di euro.

    Voi eravate al corrente di questa novità? Utilizzate dispositivi soggetti alla tassazione?

  • Food Delivery sotto attacco: Glovo e Deliveroo commissariate

    Food Delivery sotto attacco: Glovo e Deliveroo commissariate

    É notizia recente il commissariamento giudiziario di due delle principali società di consegna di cibo a domicilio, Glovo e Deliveroo, accusate di caporalato in quanto i rider che lavorano per queste società vengono pagati a consegna e non assunti come dipendenti.

    Purtroppo i giudici , ritenendo la paga dei riders troppo bassa, hanno ben pensato di voler intervenire per scardinare un sistema che non hanno capito, provocando grossi problemi ai lavoratori e ai ristoratori che utilizzano queste piattaforme per la consegna dei pasti ai propri clienti.

    Infatti queste piattaforme pagano al rider per la consegna un compenso variabile, deciso da un algoritmo in funzione della richiesta, del giorno della settimana, dell’orario e della distanza, ma soprattutto permettono al rider di accettare o meno una consegna, senza vincoli e senza esclusive.

    courier with glovo bag on electric bicycle in city

    Questo significa che uno studente può fare qualche consegna per arrotondare solo quando ha tempo senza dover sottostare a degli orari definiti, o che semplicemente può lavorare per più piattaforme contemporaneamente ottimizzando i tempi e guadagnando da più fornitori.

    Inoltre questo sistema ha permesso a molti immigrati di crearsi un reddito onestamente, sfuggendo dall’esigenza di dover fare lavori malfamati, sottopagati o di lavorare in attività criminali.

    food delivery motorbikes in dubai street scene

    E i guadagni, considerato il tempo dedicato, i bonus, la possibilità di lavorare per più compagnie permette, a chi si impegna con costanza, di portare a casa un bello stipendio, probabilmente più alto del cameriere o del lavapiatti che lavora nelle cucine degli stessi ristoranti che utilizzano le piattaforme.

    Ma probabilmente i giudici non capiscono che se una data consegna viene pagata 2 euro, quello non è lo stipendio mensile, visto che il compenso varia da consegna a consegna, ed è mediamente più alto (generalmente sui 4-5 euro) e a seconda dei casi la stessa consegna può venire pagata anche 8-10 euro , più un eventuale mancia e soprattutto che magari in una serata standard di consegne se ne fanno tranquillamente una decina, consentendo di portare a casa a fine mese uno stipendio dignitoso.

    crowded winter scene at wroclaw holiday market

    Inoltre in molti casi la flessibilità, e la possibilità di non accettare una consegna permette maggiore sicurezza e tranquillità rispetto a chi pagando un fisso mensile costringe ad effettuare un certo numero di consegne per rientrare nei costi.

    E decidere di azzoppare queste piattaforme costringendole ad assumere i riders è pericoloso: molti dei rider stessi preferiscono la flessibilità e la meritocrazia ad uno stipendio minimo vincolato ad orari fissi, ma soprattutto renderebbero poco conveniente alle piattaforme rimanere sul mercato, già gravate di costi altissimi e margini molto risicati.

    a biker holding a box of food

    Infatti quelle assunzioni obbligatorie potrebbero portare alla scelta di abbandonare il mercato italiano, come fatto da varie piattaforme che nel tempo hanno chiuso o sono state assorbite da società concorrenti.

    Ma c’è anche un pericoloso precedente: il commissariamento di Uber Eats per le stesse ragioni ha portato la compagna di food delivery ad abbandonare il nostro paese e solamente una compagnia delle poche rimaste sul mercato, Just Eat, ha dei riders assunti con uno stipendio fisso.
    E se Glovo e Deliveroo , seguendo la stessa logica, decidessero di abbandonare il mercato italiano, si ammazzerebbe la concorrenza portando l’ultima piattaforma superstite ad aumentare i prezzi per le consegne, rendendo poco conveniente il servizio per l’utente finale.

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    E se il consumatore non acquista a perderci sono anche i ristoratori che offrono il servizio di consegna tramite le piattaforme con il rischio di tagliare personale o addirittura di chiudere l’attività, specie per quelle molto focalizzate su asporto e food delivery.

    Alla fine perseguendo questa idea del costringere le piattaforme ad assumere i riders si creano danni non solo alle piattaforme, ma ai rider stessi che perderanno il lavoro, ai lavoratori dei ristoranti, agli stessi ristoranti e agli utenti.

    person holding brown paper bag

    Senza contare che il rider trovatosi senza lavoro finisce , nella migliore delle ipotesi, per essere a carico dello stato o di finire nelle grinfie della criminalità organizzata: sicuramente meglio avere un rider con uno stipendio basso che un pusher ben pagato.

    Voi cosa ne pensate? Usate le piattaforme di food delivery?

  • Il conto della guerra in Iran lo paghiamo noi europei

    Il conto della guerra in Iran lo paghiamo noi europei

    Purtoppo il periodo storico non è il migliore a causa delle varie guerre in giro per il pianeta, alle quale si è recentemente aggiunta quella in Iran.

    E quest’ultima a causa della posizione geografica rischia di costare molto cara ai consumatori europei.

    Infatti la zona del golfo persico diventata teatro di guerra è cruciale per la produzione di gas e petrolio, e con l’abbandono delle forniture russe a basso prezzo a causa della guerra in Ucraina, a meno di non acquistare a prezzi altissimi dagli Stati Uniti,i nostri maggiori fornitori attualmente provengono da quelle aeree.

    E se anche magari non si acquistava gas e petrolio direttamente dall’Iran, le navi gasiere e petroliere provenienti dai paesi del golfo devo passare dalle coste iraniane che ora a causa della guerra, tra blocchi navali e regole assicurative che vietano alle navi di transitare in zone di guerra, sono diventate off limits.

    gasoline pumps in close up photography

    Inoltre la posizione delle raffinerie dei vari emirati costringono obbligatoriamente le petroliere a passare davanti alle coste iraniane, non essendoci altri sbocchi al momento, togliendo dal mercato dei fornitori fondamentali, che sono costretti ad interrompere la produzione facendo salire i prezzi.

    Aggiungiamo poi che gli attacchi iraniani a impianti di produzione di gas e petrolio ai paesi confinanti per costringerli a fare pressione nei confronti degli Stati Uniti per terminare la guerra, unite al blocco navale stanno causando minore produzione e quindi un immediato aumento dei prezzi all’ingrosso dei prodotti energetici, soprattutto del gas qatariota che rappresenta circa il 20% della produzione mondiale.

    industrial buildings at night

    E questo significa aumenti immediati per il pieno della nostra auto, del gas per il riscaldamento, per l’energia elettrica, e se la guerra si protrarrà causerà aumenti a catena anche del costo di trasporto delle merci che si riverbererà sui prezzi di tutti i prodotti.

    Ma non è solo l’energia a soffrire a causa delle guerre in medio oriente, ma anche il turismo e il traffico aereo, visto il ruolo dei paesi arabi nelle rotte aeree internazionali delle compagnie del golfo, che hanno fatto diventare gli aeroporti della zona scali obbligatori nelle maggiori rotte aeree intercontinentali.

    E il problema non è solo dei turisti, o di influencer e fuffaguru che fanno la bella vita a Doha o a Dubai, ma dello scalo delle merci che viaggiano sulle stesse rotte aeree, con le compagnie del golfo costrette a lasciare a terra aerei e passeggeri.

    Inoltre l’Iran sia come ritorsione, che come arma di pressione, ma soprattutto per proteggersi sta bombardando i paesi confinanti, distruggendo sia le basi militari statunitensi dalle quali arrivano i missili a lei destinati, ma anche strutture civili come porti, aeroporti e hotel legati alle attività dei militari, estendendo l’area di guerra a tutto il golfo persico.

    Ovviamente poi questa escalation porta ulteriori problemi con Israele che approfitta della situazione per bombardare i paesi che aiutano l’Iran con il risultato di un allargamento del conflitto, cosa che posticipa sempre più la risoluzione delle ostilità.

    E più passa il tempo e più il contraccolpo sull’economia mondiale è importante, e a pagare il conto non sono tanto gli USA o Israele, ma in parte gli altri stati del golfo, che perdono non solo introiti dalla vendita di prodotti petroliferi, ma anche lo status di ricchi e sicuri rifugi nel deserto costruiti coi petrodollari, ma soprattutto quei paesi che il gas e petrolio arabo lo acquistano, come gli europei.

    Il blocco navale sulle coste iraniane blocca inoltre ai paesi europei la ricezione di merci provenienti dall’Asia, con aumento dei costi e dei tempi di trasporto, dovendo le navi circumnavigare l’Africa per raggiungere le nostre coste.

    Infatti energia alle stelle, costi dei trasporti che gioco forza lieviteranno, minore disponibilità di prodotti cinesi e l’incertezza dovuta alla guerra faranno rapidamente salire l’inflazione.

    E questa tassa nascosta colpirà i nostri portafogli come abbiamo già sperimentato nelle crisi degli ultimi anni: i prezzi vanno alle stelle, ma gli stipendi restano fermi, costringendoci a ulteriori sacrifici in un momento poco roseo, anche a causa della guerra in Ucraina che continua e degli strascichi del periodo Covid che non sono stati ancora completamente assorbiti.

    Quello che si può fare è sperare che questa guerra possa finire prima possibile, perchè più si protrae nel tempo, e visti i presupposti potrebbe rivelarsi molto lunga, e più saremo noi europei a pagare il conto, anche a causa dei rapporti interrotti con la Russia, nostro vecchio fornitore energetico ormai abbandonato.

    Insomma le cose sembrano volgere al peggio, considerato che volenti o nolenti saremo chiamati a pagare i conti di questa spiacevole situazione. Cosa ne pensate?

    iran flag and toy soldiers on map
  • Arriva l’arbitro assicurativo

    Arriva l’arbitro assicurativo

    Quando abbiamo una controversia con la nostra impresa assicurativa, per una polizza vita, danni o rcauto spesso diventa inutile o costoso far valere i propri diritti senza dover ricorrere ai servizi di un avvocato e soprattutto anticipare le spese, cosa che fa venir meno la convenienza di un ricorso quando le cifre in ballo sono piuttosto modeste.

    Un classico esempio è il sinistro stradale, magari per un danno da 2000 euro, tolte le franchigie l’assicurazione magari ve ne liquida solo 1000, ma mettere un avvocato significa anticipare una cifra pari o superiore al danno e attendere anni che la giustizia faccia il suo corso: in pratica non ne vale la pena, a meno che le cifre in ballo non siano davvero importanti.

    car crash on dirt road

    Ma da gennaio c’è una novità: l’arbitro assicurativo (AAS), una figura terza, gestita dall’IVASS, che per legge si occupa delle dispute tra assicurato e assicuratore che da una parte fa da filtro alle richieste giudiziali e dall’altra permette agli assicurati di difendersi in maniera più rapida, economica e con tempi certi, previsti dalla nuova procedura.

    In pratica in caso di controversia con un’impresa di assicurazione o un intermediario assicurativo, eccetto alcuni casi specifici in cui questa procedura non è disponibile (ad esempio in caso di alcune imprese estere che hanno dichiarato di utilizzare il sistema analogo del proprio paese, risarcimenti oltre determinati importi, sinistri per cui intervengono il CONSAP o il fondo vittime della strada o della caccia, le assicurazioni grandi rischi, etc.) si dovrà attingere a questo strumento dopo il reclamo fatto all’assicurazione e prima di un’eventuale causa, qualora non si ottenga comunque soddisfazione dalla procedura.

    La cosa interessante sono i costi, solo 20 euro da pagare tramite pagoPA che verranno restituiti in caso di vittoria e senza la necessità di ricorrere ad un avvocato: l’unica cosa a cui fare attenzione é che la procedura si basa solo sulla documentazione inviata, quindi non potranno essere chiamati in causa testimoni o documentazione creata successivamente, oltre alle limitazioni di valore della controversia, quando si richiede un pagamento alla controparte.

    Infatti l’arbitro non interviene su polizze vita oltre i 300.000 euro in caso di morte o 150.000 negli altri casi, polizze danni oltre i 25.000 euro e controversie oltre i 2.500 in caso di indennizzo diretto: ciò significa che in caso di sinistro stradale se la differenza tra il danno effettivo e quello liquidato è superiore a questa cifra (facile che succeda se l’assicurazione non vuole pagare il danno, meno se c’è soltanto disaccordo sulla cifra) l’arbitro non interviene e bisogna andare in causa, cosa comunque giustificata dalle cifre in ballo.

    La procedura prevede che in primis l’assicurato faccia reclamo all’assicuratore, che deve rispondere entro 45 giorni, se non si trova un accordo o manca la risposta, l’assicurato apre la procedura presso l’arbitro fornendo , accedendo al sito tramite spid o cie,  tutta la documentazione, il reclamo e la risposta allo stesso, copia dei documenti e del pagamento di 20 euro.

    Entro 10 giorni la segreteria tecnica verifica l’ammissibilitá e la presenza della documentazione ed eventualmente chiede integrazioni, poi contatta l’assicuratore che entro 40 giorni deve fare una sua controdeduzione, al quale noi avremo 20 giorni per una nostra eventuale replica, e altri 20 giorni per una controreplica dell’assicurazione. Al termine di questo periodo il collegio esaminerá la pratica entro 90 giorni (prorogabili di altri 90 in caso di situazioni particolarmente complesse) e comunicherá l’esito del ricorso a cui l’impresa dovrà ottemperare entro 30 giorni e rimborsare il contributo versato: quindi a meno di complicanze dopo 6 mesi dall’inizio della procedura di arbitrato si ha un esito e in meno di 9 mesi dal sinistro si ha il rimborso: decisamente piú conveniente di una causa.

    judgement scale and gavel in judge office

    Ovviamente ci sono alcuni paletti che non permettono di usare lo strumento in tutte le situazioni, ma in caso di una controversia non particolarmente grave ci consente di far valere i nostri diritti anche quando non vale la pena mettere di mezzo un avvocato, e se poi non ci si riesce nulla vieta di intraprendere successivamente un’azione legale.

    Voi conoscevate questo strumento? Pensate sia utile o sia dell’ulteriore complicata burocrazia?

  • Nuova tassa: lo SPID diventa a pagamento

    Nuova tassa: lo SPID diventa a pagamento

    Come qualsiasi italiano alle prese con la burocrazia ha imparato, per gestire tutte le pratiche della pubblica amministrazione on-line in autonomia dal proprio computer, tablet o smartphone abbiamo bisogno di un sistema di identificazione pubblico riconosciuto dall’ente del quale vogliamo usufruire i servizi.

    Questo sistema serve per certificare che la persona che accede al servizio pubblico digitale sia effettivamente chi dichiara di essere, dato che dietro al sito dell’ente non ci puó essere un impiegato che possa verificare la corrispondenza del documento del richiedente.

    Pertanto l’utente per farsi riconoscere, evitando che qualcun’altro spacciandosi per lui possa accedere a dati personali importanti come fascicoli sanitari, fiscali, pensionistici etc. deve avere un dispositivo che attesti ufficialmente l’identitá, che sia sicuro ed univoco, e che possa comunicare con il sito dell’ente pubblico.

    Esistono diversi metodi per avere questo servizio, dalla carta di identita digitale, all’app IO (IT Wallet), alla tessera sanitaria con CNS, ai sistemi di identitá digitale con token, tessere o chiavi digitali, ma quello generalmente piú compatibile, visto che per legge deve essere reso  disponibile da tutte le varie amministrazioni è lo SPID.

    SPID, acronimo di servizio pubblico di identitá digitale é un sistema nato nel 2014 dalla AgID, Agenzia per l’Italia Digitale, ente pubblico che si occupa della digitalizzazione della pubblica amministrazione, per consentire un accesso unico ai vari servizi digitali della pubblica amministrazione.

    Il sistema richiede che l’utente si registri al sistema presso un identity provider, che dovrá certificare la corrispondenza dell’utenza col documento di riconoscimento, e quando accederá all’ente erogatore del servizio (service provider) questo si collegherá con l’identity provider e ne consentirá l’accesso.

    L’identity provider può essere un ente pubblico o una società privata autorizzata a fornire il servizio, che spesso avveniva erogato gratuitamente o a costi molto ridotti, in quanto storicamente sovvenzionato da contributi statali.

    Qualcuno di questi provider riesce a coprire i costi chiedendo un contributo di attivazione una tantum, o vendendo dei servizi aggiuntivi, come l’identificazione con modalitá piú comode, o maggiori livelli di sicurezza, ma più o meno tutti gli identity provider, magari con qualche piccola limitazione, davano modo di avere uno SPID in modalitá gratuita.

    Il problema é che questi contributi col tempo sono andati a scomparire, rendendo insostenibile economicamente mantenere il servizio gratuito, specie per le società private.

    E se qualcuna (Intesa) ha cessato il servizio, altri come Aruba, InfoCert o Poste sono state costrette a chiedere un canone annuale per il servizio, nella migliore delle ipotesi gratuito per il primo anno.

    E il caso che ha fatto piú rumore é stato Poste, che è quello piú utilizzato in Italia, grazie alla facilitá di recarsi in un ufficio postale per la attivazione, che dal 2026 passa da essere totalmente gratuito al canone annuo di 6 euro, eccetto per alcuni utenti svantaggiati, minorenni o over 75.

    Ovviamente se ci siamo abituati ad usare SPID e non vogliamo pagarlo, quello che possiamo fare è cancellare la nostra utenza contattando il nostro identity provider , spesso con una procedura nell’area riservata o con l’invio di una apposita modulistica per la cancellazione, e parallelamente fare la registrazione con uno dei provider che continua a fornire il servizio gratuitamente, sperando di non scoprire di essere stati vittima della truffa del secondo spid, dove alcuni malintenzionati riuscivano a creare , presso un diverso provider, un secondo spid a insaputa della vittima rubando copie dei documenti: in quel caso se il vostro codice fiscale fosse giá utilizzato il nuovo provider non vi potrebbe rilasciare lo SPID.

    Il problema, è però,  che in assenza di contributi pubblici, sia per spending review che per favorire l’uso di un sistema totalmente senza costi di gestione per lo stato come la carta d’identità elettronica,  i pochi fornitori residui getteranno la spugna nel prossimo futuro e ci troveremo volenti o nolenti a dover pagare un canone annuo, così come successo per la PEC, inizialmente gratuita, che poi qualcuno la rese a pagamento dopo il primo anno e poi divenuta a pagamento senza alternative presso tutti i fornitori.

    E se come per la PEC i piú grandi fornitori del servizio (Poste ed Aruba) sono diventati a pagamento, purtroppo anche i piú piccoli finiranno per seguirli, anche solo per non dover trovarsi a gestire i clienti che si trasferiranno per scappare dal canone annuale.

    L’alternativa è iniziare ad utilizzare, laddove é supportata, al posto dello SPID, la CIE, che non ha bisogno dei servizi, e quindi dei costi, di un ente terzo: il problema é che l’adozione nelle pubbliche amministrazioni è ancora limitata, anche perché piú complessa da implementare, quindi al momento non si risolverebbe il problema al 100%, nonostante le promesse di una implementazione completa entro il 2026 .

    Voi avete uno SPID vittima del canone annuale? Con cosa lo sostituirete?

  • Arriva HBO Max: la nuova piattaforma streaming che ci farà diventare pirati?

    Arriva HBO Max: la nuova piattaforma streaming che ci farà diventare pirati?

    Purtroppo sembra che le piattaforme di streaming non abbiano capito che il loro nemico non é la pirateria, ma la frammentazione del mercato che ha portato a canoni sempre più cari e cataloghi sempre meno interessanti.

    E infatti ecco che da gennaio 2026 una nuova piattaforma di streaming video si è affaccia nel nostro paese: HBO Max, piattaforma di origine americana del gruppo Warner che arriva anche in Italia con molte serie che abbiamo conosciuto trasmesse sino all’anno scorso su Sky, con cui aveva in precedenza degli accordi.

    Il risultato: il catalogo di Sky si impoverisce dei contenuti del gruppo Warner Bros Discovery, nonostante l’aggiunta di qualche produzione propria e un rinnovato accordo con Disney, ma non diminuisce i prezzi, e se vogliamo continuare a seguire le serie HBO dobbiamo fare un nuovo abbonamento, ad eccezione per alcune serie che temporaneamente saranno disponibili su entrambe le piattaforme. 

    Ma se vogliamo vedere il vecchio catalogo delle serie HBO, DC Universe e WB, rivedere le stagioni precedenti o le nuove serie firmate HBO, il catalogo dei film Warner, lo sport di Eurosport e i contenuti esclusivi precedentemente disponibili su Discovery+ avremo bisogno di un nuovo abbonamento.

    E come per le piattaforme concorrenti pagare un canone mensile di almeno 5.99 euro per il piano con pubblicitá , che diventano 11.99 per eliminarla o 16.99 per il 4K, a cui aggiungere eventualmente ulteriori 3 euro per lo sport.

    Il problema è che comunque i contenuti previsti fanno gola quindi significa molto probabilmente aggiungere un abbonamento alla lista di quelli che già paghiamo, che magari comprende Netflix, Paramount Plus, Disney+, Amazon Prime Video, etc.

    Qualche complicazione in meno se si ha Tim Vision o Amazon Prime che potranno integrare HBO Max al loro abbonamento, altrimenti avremo anche bisogno di scaricare una nuova app e soprattutto verificare se il nostro smart tv o dispositivo di streaming sia compatibile col nuovo servizio, cosa che potrebbe creare qualche grattacapo per chi ha dispositivi datati o non aggiornati.

    Inoltre c’è da segnalare che il gruppo Warner Bros Discovery , proprietario di HBO, non naviga in buone acque e sta per essere venduto, conteso tra Netflix e Paramount, cosa che potrebbe portare in futuro alla scissione delle attività televisive da quelle cinematografiche con la perdita di diritti, funzionalitá a vantaggio di una piattaforma concorrente, dato che entrambi i pretendenti hanno le loro piattaforme di streaming.

    Il rischio è che quindi questa nuova piattaforma, a seconda di chi va ad acquistare la casa madre WB Discovery, possa finire per chiudere o ridimensionarsi nel giro di poco tempo, almeno fuori dagli Stati Uniti.

    Insomma abbiamo un nuovo concorrente nel mercato dai piedi fragili, che nonostante i contenuti di sicuro interesse rischia di essere una rogna in piú anziché un vantaggio per il consumatore.

    E menomale che lo streaming doveva agevolare gli utenti e sconfiggere la pirateria: queste nuove piattaforme costringono ad ulteriori esborsi per trovare i contenuti di nostro interesse e finiranno per stimolare ancora di piú l’uso di stream e download pirata, nonostante gli sforzi delle autorità, che finiscono per sortire gli effetti contrari, anche a causa di scelte prive di logica.

    Infatti, parlando di scelte illogiche, a causa del famigerato piracy shield ultimamente è in atto uno scontro tra AgCom e CloudFlare, infrastruttura di rete al quale si appoggiano la maggior parte dei servizi internet, che nonostante non sia responsabile della pirateria, ma che alcuni pirati potrebbero sfruttare, si è vista comminare una multa superiore al proprio fatturato annuo, per qualcosa che non ha commesso e che per come funziona tecnicamente la rete non puó evitare: ovviamente la societá americana non ha intenzione di pagare la multa e minaccia di abbandonare l’italia creando problemi di sicurezza e velocità al traffico internet italiano, creando per le imprese italiane danni 700 volte piú grandi della multa, comminata da gente che vuole creare pressioni politiche senza capire i risvolti tecnici delle proprie azioni.

    Purtroppo quando le piattaforme si fanno più avide e magari ci si mette di mezzo la politica per foraggiarle, si ottengono soltanto danni, facendo perdere l’unico grande vantaggio che avevano all’inizio: farci trovare i contenuti facilmente, senza sbattimenti e con poca spesa.

    Voi sapevate di questo nuovo servizio? Pensate di abbonarvi, ignorarlo o di passare alla pirateria?

  • RAM alle stelle: come l’IA ci sta rubando i componenti elettronici

    RAM alle stelle: come l’IA ci sta rubando i componenti elettronici

    Chi quest’anno ha provato a fare dei preventivi per l’acquisto di un computer se ne sarà accorto: i prezzi stanno aumentando e per alcune componenti in modo veramente significativo. Tutto nasce dalla fame di memoria necessaria per i sistemi di intelligenza artificiale, settore molto sulla cresta dell’onda che paga profumatamente e ha bisogno di quantitá importanti di memoria, sia essa RAM che disco, nel piú breve tempo possibile. 

    Questo significa che i produttori di queste componenti stanno spostando le produzioni dai prodotti per i consumatori a quelli per i server e i data center i cui margini sono ordini di grandezza superiore, riducendo o mettendo in standby la produzione di componentistica consumer il cui guadagno è molto piú limitato, impegnando le fabbriche con le produzioni per le quali si guadagna di piú.

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    Ma la richiesta è talmente alta che i prezzi si sono alzati al punto che i listini alla produzione che si aggiornavano normalmente una volta all’anno, cambiano giorno per giorno a causa dei rilanci al rialzo fatti dagli utilizzatori professionali, e dai rivenditori che hanno bisogno di fare scorte a un prezzo certo, tanto che ormai fare un preventivo diventa come seguire l’andamento di un titolo in borsa.

    E le case che seguivano sia i mercati professionali che quelli per il consumatore, stanno abbandonando quello meno redditizio, come successo da poco con lo storico marchio Crucial abbandonato dalla casa madre Micron che ha deciso di dedicarsi solo al settore professionale dove i margini sono molto migliori e senza i costi e il personale necessario per gestire il rapporto con i consumatori diretti, o come Nvidia che ha rallentato la produzione delle proprie schede video da gaming per orientare la produzione sui chip per l’IA.  

    Con queste premesse la produzione per il mercato consumer, se contiene delle memorie, è bloccata, quindi le poche scorte a magazzino, per la legge della domanda e dell’offerta schizzano alla stelle.

    Questo significa che a mancare non sono soltanto RAM e dischi SSD ma tutto ciò che contiene memorie, come schede video ma anche cellulari, tablet e persino prodotti di uso casalingo che hanno funzionalitá smart, dalle tv ai sistemi domotici a banalmente a elettrodomestici come frigoriferi o lavastoviglie connessi a internet.

    E se la fame di memoria continua questo porterà anche altre categorie a soffrirne, pensiamo ad esempio alle moderne automobili ormai diventate tablet con le ruote che ne fanno uso.

    Tutto quello che contiene memorie è destinato ad aumentare di prezzo, almeno sino a che il mercato non si stabilizzerá, ma non é l’unico problema.

    Infatti esistono vari tipi di memorie e tecnologie, e se magari quelle meno recenti potrebbero soffrire meno il problema dato che i macchinari, le lavorazioni e i fornitori sono diversi rispetto a quelli all’ultimo grido utilizzate dall’IA, il problema è che visto che i guadagni sono ordine di grandezza superiori i produttori stanno convertendo le produzioni a ciò che richiede il mercato, creando shortage anche sulle tecnologie piú datate che in teoria non dovrebbero soffrire del problema, creando problemi anche a prodotti molto meno tecnologici e comuni che si potrebbero trovare senza componentistica.

    E questo magari va a creare problemi anche a prodotti non particolarmente tecnologici, ma che magari hanno al loro interno componentistica elettronica  prodotta dagli stessi produttori di memorie, che si trovano senza componenti, vista la proritá data alla produzione di memoria,  portando a minore disponibilità e aumenti di prezzo anche a prodotti che in teoria non hanno a che fare con la tecnologie IA.

    Quindi se avete bisogno di un prodotto tech le strade sono due, o ci si fionda ad acquistarlo il prima possibile prima che i prezzi continuino a salire o si mette in standby l’acquisto, presumibilmente per almeno 1-2 anni in attesa che i prezzi si stabilizzano, che scoppi la bolla, o che magari qualche nuovo produttore asiatico decida di entrare sul mercato per colmare il vuoto, rimettendo a posto i prezzi.

    Insomma dopo lo shortage tecnologico della pandemia, ora è l’IA a minare i portafogli di chi deve acquistare tecnologia, dopo un periodo che si era finalmente stabilizzato.

    Voi avete bisogno di acquistare tecnologia e avete trovato rialzi? Pensate di attendere che i prezzi si ristabiliscano o acquisterete prima di ulteriori nuovi aumenti?

  • iRobot: l’inventore del Roomba sta fallendo

    iRobot: l’inventore del Roomba sta fallendo

    Gli aspirapolvere robot sono ormai presenti nelle nostre case da tempo, grazie alla loro comodità e al prezzo contenuto, almeno per i modelli meno sofisticati.

    Certo non possono sostituire una accurata pulizia manuale, ma aiutano certamente a raccogliere lo sporco e grazie alla loro automazione fanno risparmiare tempo prezioso, magari relegando le più accurate pulizie tradizionali ad un evento periodico, lasciando alla macchina le pulizie quotidiane.

    Quelli piú evoluti hanno anche la possibilitá di pulire i pavimenti con acqua e detergente, di scaricare in autonomia la sporcizia e di lavare autonomamente le spazzole, così come la possibilitá di mappare la casa con sistemi lidar per garantire migliore copertura ed evitare gli ostacoli.

    black round device on brown wooden flooring

    Insomma nel tempo questo elettrodomestico si è evoluto e da primizia tecnologica è diventato un prodotto adatto a tutte le tasche e le esigenze.

    Ovviamente visto il successo tante case produttrici sono entrate nel mercato consentendo innovazione e prezzi sempre piú bassi, tanto che addirittura si può trovare qualche modello anche a prezzo volantino nei reparti no food dei discount.

    Ma se facciamo un pó di mente locale ricorderemo i primi robot presenti sul mercato, i Roomba della casa americana iRobot che li ha inventati negli anni 90: costosi e indistruttibili erano la novitá tecnologica piú desiderata delle nostre case, almeno prima dell’avvento di tanti cloni orientali altrettanto validi ma sicuramente piú a buon mercato.

    Questa azienda era stata creata da alcuni professori di robotica del MIT che decisero di mettersi in proprio e offrire sul mercato i frutti delle loro ricerche, sia in ambito militare che civile.

    Infatti da iRobot nascerá la tecnologia del rover spaziale Sojorner della Nasa, così come un robot da ricognizione usato anche tra le macerie dell’attentato al World Trade Center, oltre al famosissimo Roomba che divenne un successo planetario.

    Ma questo successo portò nel tempo l’azienda a decidere di vendere la propria divisione militare per concentrarsi su quella civile, senza considerare gli effetti della concorrenza orientale che nel tempo fecero perdere al Roomba quella posizione di innovatore a vantaggio dei produttori cinesi, che miglioravano i loro prodotti molto rapidamente e con costi molto ridotti, tanto che la stessa iRobot é stata costretta a demandare la produzione ad aziende cinesi per poter rimanere competitiva.

    Ma nonostante le difficoltá il colpo di grazia è arrivato quando Amazon si offrì di acquistare l’azienda: questa operazione , che avrebbe potuto sistemare le traballanti finanze dell’azienda fú bloccata dalle autoritá antitrust temendo per l’eccessiva mole di dati che il colosso dell’e-commerce potesse ottenere dall’operazione, obbligando l’azienda di Jeff Bezos a ritirarsi dall’affare e lasciando iRobot in condizioni finanziariamente critiche che hanno portato recentemente a dover accedere al famigerato Chapter 11, l’anticamera al fallimento negli Stati Uniti.

    E a salvare la storica azienda sará un suo fornitore cinese, Picea , che realizza robot aspirapolvere conto terzi per marchi come General Electric, Xiaomi,Electrolux, Karcher, Haier, Shark,Whirpool, Anker, Philips e appunto iRobot oltre che con il suo marchio 3i.

    Questa azienda cinese acquisterá la storica casa americana, i marchi, i brevetti e la distribuzione salvandola dal fallimento.

    E ironia della sorte questo accade in un’America dove si alzano barriere protezionistiche nei confronti della Cina , ad esempio come successo coi droni DJI, ma si lascia scappare un’azienda fortemente innovativa, che nonostante non abbia piú lo smalto dei primi tempi è sicuramente importante per l’indipendenza tecnologica occidentale.

    Ovviamente il nuovo proprietario garantirà l’assistenza e la disponibilità di ricambi, quindi i prodotti già acquistati resteranno funzionanti, anche se i prodotti che utilizzano servizi in cloud o modelli molto datati potrebbero risentire di problemi e limitazioni.

    Voi sapevate di questo fallimento? Usate i prodotti di iRobot?

  • Le auto termiche sono salve?

    Le auto termiche sono salve?

    Una notizia importante per gli automobilisti, come ampiamente prevedibile é saltato il divieto di immatricolazione di nuove auto termiche, previsto inizialmente per il 2035, questo permetterá alle case automobilistiche, seppure con delle limitazioni, di continuare a vendere auto a motore termico, ripensando l’idea iniziale di avere esclusivamente auto elettriche.

    Fortunatamente la ragionevolezza ha prevalso sull’ideologia, dato che tecnicamente ne le case automobilistiche europee ne le reti elettriche erano pronte al cambiamento dell’intero parco circolante, e ne i consumatori ne gradivano l’acquisto , dato che nonostante generosi incentivi e limitazioni sempre piú stringenti per le auto termiche non hanno cambiato le abitudini di acquisto, relegando le elettriche pure a numeri bassi.

    Inoltre ci si scontra con problemi economici, dato che le auto elettriche , a paritá di caratteristiche, costano piú delle termiche e soprattutto il periodo non florido non permette ai consumatori di poter cambiare auto facilmente, evitando l’acquisto di nuove auto, e se proprio costretti tendono a scegliere quelle piú economiche.

    woman in yellow shirt while filling up her car with gasoline

    Inoltre anche i costi per alimentarle non rendono le elettriche convenienti a causa dei costi dell’energia alle stelle a causa di guerre e situazioni geopolitiche instabili e dell’abbandono dell’energia nucleare da parte di alcuni paesi, rendendo importante la differenza col termico specialmente quando si fa uso di colonnine pubbliche veloci per la ricarica, mantenendo una certa convenienza solo se si ha la possibilitá di ricaricarle in casa, magari grazie ad un impianto fotovoltaico, condizione che ovviamente é riservata solo ad una piccola fetta della popolazione.


    Inoltre questa imposizione stava rovinando l’industria automobilistica europea, tradizionalmente molto forte coi motori termici, ma in ritardo sulle tecnologie elettriche, cosa che avrebbe eccessivamente avvantaggiato i produttori cinesi, con conseguente chiusura di stabilimenti e marchi europei in favore di quelli orientali leader del mercato che ne avrebbero assorbito produzione e vendite facendo scompare la nostra industria, come successo in altri settori.

    Questo non significa che le elettriche smetteranno di essere vendute, ma ci sará un assorbimento piú graduale che permetterá sia ai costruttori, che specialmente agli operatori elettrici di adeguarsi, potenziando le reti, la produzione e l’installazione piú capillare di colonnine e punti di ricarica.

    Nel frattempo la quota di auto ibride ed elettrificate, ad esempio quelle dotate di range extender andranno a prendere quote di mercato delle termiche pure, abituando gli utenti a viaggiare anche in elettrico, magari nelle aree urbane dove ha piú senso, utilizzando il motore termico per i viaggi extraurbani o per consentire la ricarica delle batterie in assenza di colonnine.

    E nel tempo , quando i costi dell’elettrico scenderanno, la tecnologia sará piú rodata anche il mix  di auto termiche, ibride ed elettriche si rimodellerá naturalmente sulle tecnologie migliori per il consumatore, dato che soprattutto per alcuni usi , come i viaggi a lunga percorrenza o per la rapiditá nella ricarica,  la versatilitá delle auto termiche è al momento inarrivabile dalle elettriche.

    Inoltre gli obblighi di riduzione delle emissioni comunque rimangono, seppur fissando target un po meno stringenti, aprendo la strada a biocarburanti, idrogeno, auto ibride e alla compensazione delle emissioni grazie a crediti verdi ad esempio con l’uso di acciai meno inquinanti o con la vendita di minicar elettriche.

    gas pump nozzle filling the white car

    Ad ogni modo si è scampato un pericolo, anche se alla fine il diavolo sta nei dettagli ed eventuali passi falsi rischiano di costare parecchio ai consumatori europei.

    Voi sapevate di questa novitá? Avreste mantenuto il divieto? Preferite le termiche o le elettriche?

  • Trump fa fuori i droni made in china?

    Trump fa fuori i droni made in china?

    Brutte notizie nel mondo dei droni, almeno sul territorio americano con il ban dei prodotti di produzione estera, che si vedranno negate le autorizzazioni al commercio di nuovi prodotti, sia per prodotti finiti che per la componentistica.

    In pratica i maggiori produttori, che sono di origine cinese come i leader di mercato DJI e Autel vengono inseriti nelle entity list dell’ FCC per problemi di sicurezza nazionale, così come è stato fatto in passato coi prodotti elettronici e di rete di Huawei e ZTE o gli antivirus Kaspersky, leader di mercato ai quali è stato tagliato il mercato americano, compromettendo le vendite anche nei paesi amici degli Stati Uniti.

    L’ inserimento in questa lista rende impossibile l’approvazione  sul suolo americano di nuovi modelli, ma comunque consente l’utilizzo dei prodotti già in commercio e già nelle mani dei consumatori, ovviamente il problema si riscontrerá solo coi nuovi prodotti e probabilmente nei ricambi.

    flying white drone tilt shift lens photography

    E la perdita di un mercato importante diventa un problema per un’azienda globale come DJI, che magari dovrá ripensare i propri prodotti per il mercato domestico e dei paesi alleati della Cina, rallentando , almeno sulla carta, l’innovazione non potendo piú spalmare i costi di ricerca e sviluppo, essenziali per le aziende ad alta tecnologia, sui numeri globali.

    C’è da dire che l’azienda sta iniziando a prendere le proprie contromisure estendendo la produzione ad altri articoli meno sensibili per la sicurezza , come i robot aspirapolvere.

    two assorted quadcopter drones with controllers

    Inoltre il ban americano non significa che automaticamente ci sarà una misura simile anche in Europa, ma il rischio che per motivi geopolitici anche da noi ci possa essere una mossa simile non é certamente da escludere.

    Il problema peró é che , almeno sul mercato consumer, non esistono alternative non cinesi che permettano di avere gli stessi risultati, la stessa tecnologia e gli stessi prezzi.

    Questo significa che le attività che fanno uso di droni civili, dall’agricoltura all’ingegneria o alle creazione di contenuti video subiranno forti rallentamenti in assenza di alternative, soprattutto ai prezzi economici a cui siamo abituati.

    green leafed plants

    E anche le motivazioni di sicurezza probabilmente sono pretestuose, servono piú per colpire un avversario commerciale molto forte nel suo settore con delle barriere protezionistiche che rischiano di rivelarsi controproducenti, almeno nell’ambito civile.

    E’ magari vero che in ambito militare dipendere troppo da fornitori esteri, di paesi per giunta non amici può essere pericoloso, così come il fatto che il drone civile puó trasformarsi con apposite modifiche in un’arma, ma in assenza di alternative il rischio è che la toppa sia peggio del buco.

    person holding white and black quadcopter drone

    Ad ogni modo attendiamo di capire come vorrá muoversi l’Europa, se seguire la mossa dell’amministrazione Trump rinunciando all’innovazione dei droni cinesi o se continuare per la propria strada.

    Voi utilizzate i droni cinesi?