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  • Smart Glasses : il gadget del momento

    Smart Glasses : il gadget del momento

    Ultimamente c’è un dispositivo elettronico che sta salendo alla ribalta, grazie anche al lavoro di Meta, che grazie ad alcune collaborazioni di successo lo sta spingendo sul mercato: parliamo degli smart glasses.

    Sono quegli occhiali intelligenti che consentono di integrare quello che vediamo e sentiamo con informazioni provenienti da internet per creare una sorta di realtà aumentata.

    Ne esistono di vari tipi e prezzi , con differenti funzionalità e utilizzi: ad esempio potremmo annoverare in questa categoria i visori 3d, come i Meta Quest, che mettiamo sugli occhi e degli schermi creano un ambiente tridimensionale dove immergerci: in realtà però , a meno di non utilizzare delle fotocamere per vedere all’esterno del visore, otteniamo una rappresentazione di un ambiente virtuale, utile per attività ludiche o scientifiche ma non adatte ad uno costante, anche perchè peso, autonomia, dimensioni e soprattutto l’impossibilità di vedere nativamente il mondo esterno ne consentono un uso limitato nel tempo e nella funzionalità.

    Ci sono poi degli occhiali con schermo, come i TCL RayNeo, che invece trasformano dei normali occhiali in un mega schermo consentendoci di immergerci in film o spettacoli meglio che al cinema e senza avere necessità di uno spazio dedicato, ma possiamo considerarli come dei televisori portatili indossabili più che degli occhiali smart.

    Ma forse la tipologia più famosa, e sicuramente sulla cresta dell’onda per via della collaborazione tra la casa madre di Facebook e Rayban, sono gli smart glasses RayBan Meta, dove nella montatura di un normale occhiale Rayban trovano spazio una telecamera, degli altoparlanti e una batteria, che si collegano con una app da installare sul proprio smartphone.

    Questo ci permette di registrare video POV, scattare immagini dagli occhiali e chiedere all’intelligenza artificiale cosa stiamo vedendo, ascoltare la musica o interagire con un assistente vocale direttamente dagli occhiali, tradurre quello che un nostro interlocutore ci dice, postare sui social cio che vediamo o ascoltiamo anche quando magari siamo alla guida di un auto o mentre facciamo una passeggiata.

    E tutto questo lo si fa con un dispositivo che è praticamente indistinguibile da un normale paio di occhiali, e che addirittura puo essere dotato di lenti graduate in caso di problemi di vista, anche perchè le lenti, a differenza dei prodotti precedentemente citati, non visualizzano nulla, ma sono normali lenti, magari neutre, fotocromatiche  o da sole.

    Questo significa che non avendo display anche il consumo è limitato, quindi la batteria necessaria riesce ad essere inglobata nelle stanghette, consentendo di avere un peso simile a quello di un comune paio di occhiali.

    Inoltre grazie al consumo e al peso limitato si riescono ad utilizzare come fossero un accessorio del nostro smartphone da usare costantemente, alla stregua di uno smartwatch, non avendo la necessità di essere collegati con un filo ad un dispositivo elettronico o a un powerbank , come succede con gli Apple Vision Pro.

    Tra l’altro i modelli di Meta hanno anche una custodia che ricarica gli occhiali come delle cuffiette bluetooth, consentendo un uso prolungato anche fuori casa.

    I prezzi per questi modelli vanno dai circa 250 euro della prima generazione di RayBan Meta, a intorno ai 400 per quelli di seconda generazione, anche se esistono dei modelli imitazione di origine cinese che riescono a costare anche un decimo di questa cifra e che tutto sommato si avvicinano con qualche limitazione agli originali.

    Generalmente sono venduti in portali come Amazon, Aliexpress o Temu , spesso spacciati negli annunci per grossi marchi di tecnologia, quando in realtà si riceve un prodotto generico senza marca,  e si avvalgono di una app, HeyChan , che consente l’integrazione di camera e microfono con un assistente basato su ChatGpt, di registrare video, foto e audio, rispondere alle chiamate o ascoltare la musica.

    Ovviamente si tratta di prodotti molto meno raffinati di quelli di Meta, ma che possono servire a farci capire se questo genere di gadget possa fare al caso nostro senza spendere cifre importanti, tralaltro col vantaggio , a differenza degli originali, di poter teoricamente nascondere il led che segnala la registrazione consentendoci di fare delle registrazioni senza farlo sapere a chi abbiamo davanti.

    Attenzione però che sui soliti marketplace cinesi esistono anche degli occhiali spacciati per smart che in realtà non lo sono: integrano infatti su una comune montatura un auricolare bluetooth, quindi si collegano col cellulare ma hanno ben poco di smart, l’unico vantaggio è il prezzo generalmente super economico e magari il non dimenticarsi gli auricolari dato che ce li portiamo appresso con gli occhiali.

    Stanno poi per arrivare sul mercato anche degli occhiali ancora più avanzati, i Meta Ray-Ban Display, dove si riesce a proiettare sulla lente delle informazioni senza perdere la visione esterna, che consentono una vera realtà aumentata senza dover avere in mano lo smartphone, grazie anche ad un braccialetto da indossare per poter comandare le funzioni a mani libere.

    Insomma sono un gadget a prova di futuro che può essere utile anche nella vita di tutti i giorni e che integrandosi con lo smartphone consente di accedere a informazioni e servizi in maniera più naturale che attraverso lo schermo di un telefono.

    Non sono sicuramente dei gadget indispensabili al momento, ma comunque molto comodi e sicuramente un regalo interessante per gli appassionati di tecnologie.

    Voi li conoscevate?

  • Gli sportelli bancari stanno scomparendo

    Gli sportelli bancari stanno scomparendo

    In Italia già da qualche anno assistiamo ad una moria di sportelli bancari che ha del preoccupante: infatti a causa sia di fusioni bancarie che di riduzione dei costi le filiali continuano a sparire, lasciando la metà dei comuni italiani senza uno sportello bancario.

    Ma se i piccoli comuni sono quelli più colpiti, anche chi vive in città avrà notato la sempre più spietata chiusura di sportelli e lo spostamento su altre filiali, con conseguente spostamento del conto e dell’iban verso un altra filiale, magari lontana o difficile da raggiungere.

    person pressing keys of an atm

    E cambiare l’IBAN genera problemi burocratici , dovendo comunicare il nuovo codice al datore di lavoro e aggiornare il metodo di pagamento di utenze e contratti sottoscritti, e se poi ci si trova magari a doverlo cambiare anche due o tre volte l’anno la situazione diventa poco sostenibile, facendoci magari cambiare banca per qualcuna più seria o direttamente per un conto esclusivamente on-line.

    E questo disservizio genera problemi a chi ha necessità di soldi spiccioli o non vuole o può pagare con carte, dato che insieme alle filiali spariscono anche gli sportelli automatici che ci consentono di prelevare o versare sul conto contanti ed assegni.

    banknote lot

    E non si dica che la motivazione sia solo la riduzione del costo del personale: un bancomat, magari di quelli evoluti può sopperire alla maggior parte delle operazioni che si fanno allo sportello senza la necessità di dipendenti, e inoltre occupa molto meno spazio di una filiale fisica, quindi con costi di affitto bassissimi, e spesso i locali sono addirittura messi a disposizione gratuitamente dai comuni per non perdere un servizio a favore dei cittadini.

    a person holding a bank card

    La verità è che riducendo gli sportelli si riduce il contante in circolazione, e quindi si costringe l’utente ad utilizzare dei servizi alternativi, dalle carte ai bonifici, dove si pagano delle commissioni che vengono incamerate dalle banche e dai relativi circuiti.

    Infatti anche se il pagare con carta non ha costi extra per chi paga, in realtà si sta probabilmente pagando un canone annuale per l’utilizzo della carta ma soprattutto il commerciante paga una commissione su ogni transazione, così come qualsiasi scambio di denaro non liquido genera comunque delle commissioni.

    Ma anche volendo, per propria comodità, usare il meno possibile il contante, magari perchè in possesso di un conto digitale che ci permette di fare gran parte delle operazioni online, ogni tanto si ha la necessità di dover fare delle operazioni per cassa, allo sportello o quanto meno da un bancomat, ma se spariscono o se magari la filiale convenzionata più vicina sta a 40 km da casa anche gestire un conto digitale diventa un problema.

    Figuriamoci poi se l’utente della banca è una persona poco digitalizzata che ha problemi con la gestione del conto tramite una app o via web, che rischia di cadere facilmente vittima di truffe.

    Se poi si guarda ai numeri questa moria di filiali , ben 516 hanno chiuso nel solo anno 2025, ha portato ad una diffusione di sportelli bancari ben al di sotto della media europea, solo 33 ogni 100.000 abitanti , con il rischio di esclusione sociale di una importante fascia della popolazione, quella più fragile o debole che magari a causa della condizione anagrafica non può spostarsi o accedere agevolmente ai servizi digitali.

    E fortunatamente in molti piccoli centri ancora resiste la presenza degli uffici postali, che seppure anche loro in diminuzione, consentono l’accesso ai servizi finanziari in comuni dove la presenza di sportelli bancari è solo un ricordo del passato.

    Ad ogni modo questo taglio selvaggio dei servizi bancari non accenna a diminuire e crea enormi disservizi all’utenza. Avete notato anche voi questo problema?

  • Anche i giapponesi si arrendono: le loro TV ai giganti cinesi

    Anche i giapponesi si arrendono: le loro TV ai giganti cinesi

    Storicamente quando pensiamo a un televisore di qualità pensiamo a marchi storici che da sempre sono nel settore e con i quali possiamo andare sul sicuro anche comprando un prodotto non necessariamente di alta gamma.

    Quelle aziende che storicamente producevano tutto in casa, dallo chassis all’elettronica, allo schermo a differenza di marchi piu economici che si trovavano ad assemblare pezzi prodotti da terzi, che non si potevano permettere di fare brutta figura.

    Ma il mercato nel tempo si è fatto molto agguerrito e se un tempo i leader del mercato erano aziende europee o americane, lo scettro è passato in mano ad ottime aziende asiatiche, generalmente taiwanesi, giapponesi o coreane.

    Ma anche loro hanno sofferto la concorrenza, soprattutto nella fascia più economica dove produttori cinesi e turchi riescono, lavorando sulla quantità, riescono a sfornare prodotti appena decenti ma a prezzi fortemente ridotti, e usando spesso marchi di fantasia si possono pure permettere di mettere sul mercato prodotti scadenti senza fare grandi figuracce.

    Ma a furia di sfornare migliaia di televisori questi produttori nel tempo hanno migliorato la loro qualità e riescono a mettere sul mercato anche prodotti di fascia medio alta a prezzi comunque competitivi.

    E spesso per aggredire il mercato fanno incetta di vecchi marchi caduti in disuso, acquisendo su licenza storici marchi per rimarchiare prodotti orientali: per questo potete trovare nei mercatoni o nei supermercati televisori con marchi del passato a prezzi low-cost.

    Qualche produttore asiatico, quelli più strutturati, ha col tempo acquisito le divisioni di progettazione e di componentistica dei produttori storici portandosi in casa il know-how e utilizzando per lanciare i propri marchi premium, magari mantenendo una collaborazione col marchio storico per il quale si occupano di produrre le linee più economiche conto terzi.

    Ma anche questo tipo di collaborazioni , dove il grande marchio tiene in casa la produzione della linea premium demandando al partner orientale la linea entry level rivendendola  a prezzo maggiorato sta iniziando a venire meno, dato che spesso allo stesso prezzo dell’entry level del grande marchio si porta a casa un prodotto di gamma alta del marchio orientale.

    Questo significa che al grande marchio non conviene più stare sul mercato, a causa della concorrenza, dei margini risicati e della ridotta competitività finendo per dover alzare bandiera bianca.

    Quelle che resistevano, anche per motivi culturali, sono state le case giapponesi, che seppur con qualche compromesso tenevano alta la bandiera nipponica in fatto di qualità, anche se ultimamente meno competitivi rispetto ai marchi cinesi emergenti.

    Ma anche loro sono iniziate a cadere, consegnando la loro divisione TV nelle mani di giganti cinesi, come fece qualche anno fa il leader europeo Philips, che cedette il marchio a TPVision, azienda cinese nota per i monitor AOC. 

    La prima giapponese a cadere è stata Sharp, finita nelle mani di Foxconn, seguita da Toshiba che ha ceduto la propria divisione TV ad Hisense (e a Vestel per il mercato europeo).
    Ma di recente due colossi giapponesi, famosi per le innovazioni in ambito televisivo, hanno finito per cedere la loro divisione TV al nemico cinese: si tratta di Sony, finita nelle mani di TCL e Panasonic che invece si è alleata a Skyworth.

    Questi due marchi storici continueranno a fornire una sorta di consulenza al partner cinese, ma la produzione, l’assistenza e la distribuzione, appena smaltite le scorte a magazzino passano di mano, sancendo la fine dei grandi nomi storici delle TV.

    Al momento giusto i coreani mantengono in casa la produzione delle linee di prodotto più costose, ma anche loro dopo avere ceduto la produzione dei pannelli a terzi, hanno demandato la produzione dei tv di fascia media ed economica a produttori esterni.

    In pratica diventerà quasi impossibile fare a meno di trovarsi in casa un televisore made in China, nelle migliore delle ipotesi sarà fatto in Turchia, o assemblato nell’Europa dell’Est con componentistica cinese.

    C’è però da dire che i prodotti cinesi sono migliorati tanto, e le loro linee migliori non hanno nulla a che invidiare ai marchi storici, anche perchè spesso, come detto, finiscono per uscire dalle stesse fabbriche o comunque ne hanno acquisito la tecnologie.

    Voi acquisterete ancora i marchi storici, o tanto vale preferite i brand asiatici più economici?

  • Addio Posta1 : dal 1 maggio sparisce la posta prioritaria

    Addio Posta1 : dal 1 maggio sparisce la posta prioritaria

    Una notizia importante riguarda il servizio postale italiano: dal 1 maggio 2026 sparisce la posta prioritaria dai servizi erogati dalle Poste nel perimetro del Servizio Universale.

    Questo significa che nella legge di bilancio 2026 si è stabilito che questo prodotto, molto utilizzato per via delle spedizioni rapide, economiche e soprattutto tracciate, venga cessato.

    Ricordiamo che il servizio , denominato commercialmente Posta1, permetteva di spedire lettere e documenti sino ai 2kg di peso, con tracciamento, consegnati generalmente nel giorno lavorativo successivo a quello di accettazione, con un costo a partire da 3 euro.

    Viene utilizzato quando si vuole spedire velocemente una lettera e/o quando si vuole essere sicuri che venga consegnata, grazie al tracciamento: questo ha fatto sì che sia molto usata nelle spedizioni di piccoli acquisti online, venduti sia da privati che da commercianti, dato che , se ci si mantiene nei pesi e nelle dimensioni previste, permette di avere un servizio simile a quello dei corrieri espresso a circa la metà del prezzo.

    E il cancellare questo diffusissimo prodotto creerà problemi non solo al negoziante, o a chi vende l’usato su Ebay, ma anche a chi acquista prodotti economici online, come ad esempio accessori, custodie per il telefono, cavetteria che hanno dimensioni, valore e peso contenuto: se la spedizione ci costa più del valore della merce probabilmente o non la compriamo online, o siamo costretti a dover raggiungere un certo minimo d’ordine per la spedizione gratuita, vanificando la convenienza del nostro acquisto.

    Il piccolo commerciante soprattutto si vedrà soffiare la vendita dalle grosse piattaforme internazionali che possono accorpare le spedizioni o che forniscono spedizioni gratuite, ma è il consumatore che dovrà pagare di più, perchè i maggiori costi di spedizione, sia che siano affogati in un ordine più grande o se paga la singola spedizione avrà comunque degli aumenti.

    E le alternative ancora disponibili nel servizio postale universale poco si sposano con gli acquisti online: la posta ordinaria (commercialmente chiamata Posta4), se è pur vero che è più economica, non solo ha tempi di consegna più lunghi, almeno quattro giorni oltre il giorno di accettazione, ma manca di tracciabilità, cosa che la rende incompatibile con gli acquisti online dove la prova della consegna è indispensabile per evitare truffe.

    La raccomandata invece ha una gestione molto più complessa e prezzi poco competitivi rispetto ad un corriere espresso, e lo stesso dicasi per l’assicurata: questo significa che i commercianti dovranno gioco forza orientarsi sui servizi di corriere espresso, più costosi.

    E ovviamente spariranno le spedizioni gratuite o saranno vincolate ad un  certo minimo d’ordine, che probabilmente non raggiungerete facilmente specie se acquistate da un negozio specializzato, e questo favorirà i grandi marketplace dove è possibile cumulare le spedizioni, sempre che la spedizione non sia comunque gestita dal singolo venditore e che quindi soffrirà del problema, costringendolo ad alzare i prezzi.

    Alla fine, questa mossa nasce per far risparmiare qualcosa allo stato, ma genera problemi per i cittadini , e se magari si può soprassedere se si ha l’esigenza di spedire una lettera o dei documenti, dato che lo si fà sempre più raramente, almeno in forma cartacea, il problema si crea quando dobbiamo spedire qualcosa di fisico: quindi quella spedizione economica che spesso ci veniva omaggiata, in assenza di alternative, ora in qualche modo la dovremmo pagare.

    Voi eravate al corrente della notizia? Usavate la posta prioritaria? Con cosa la sostituirete?

  • Auto PHEV: altro che elettriche, le usano solo a benzina!

    Auto PHEV: altro che elettriche, le usano solo a benzina!

    Esiste una categoria di automobili a cavallo tra termiche ed elettriche che dovrebbe sulla carta unire i vantaggi di questi due mondi: le ibride plug-in.

    Sono quelle macchine che hanno sia un motore elettrico che uno termico e che hanno la possibilità di essere caricate alla spina da una normale wall box o colonnina di ricarica, consentendo una discreta autonomia in elettrico, ma anche di poter effettuare lunghe percorrenze senza dover ricaricare, grazie al loro motore termico.

    Ma questo sistema che sulla carta è geniale, allo stato dei fatti fà lievitare i costi, vista la complessità della doppia trazione, il peso della vettura e conseguentemente anche i consumi. 

    Il vantaggio è principalmente normativo, consentendo di accedere alle agevolazioni dedicate alle macchine elettriche anche in presenza di un motore termico, sistema che diventa interessante sulle auto sportive altrimenti limitate per le emissioni quando dotate esclusivamente di motore termico.

    Ma i costruttori sfruttano le zone grigie della omologazioni che non tengono conto dell’uso effettivo dell’auto e dell’inquinamento reale , visto che tendono a premiare l’uso del motore elettrico che su una macchina sportiva è utilizzato poco, specie se il proprietario tende a non ricaricare la macchina alla presa.

    E infatti uno studio tedesco sui consumi effettivi di migliaia di auto con a bordo un sistema di monitoraggio dei consumi rivela che il consumo effettivo delle PHEV è ben più alto del dichiarato, anche del 300% in più rispetto ai valori di omologazione.

    Inoltre queste macchine tendono ad essere utilizzate in modalità full electric per meno del 30% della loro percorrenza, scendendo sotto il 15% per i modelli più sportivi.

    Questo accade perché l’utente di queste tipologie di auto dimentica di usare la funzionalità elettrica della propria auto, utilizzandola soltanto come se fosse un benzina ma con l’aggravante di consumare di più in quanto penalizzata dal peso di batteria e trasmissione elettrica.

    Ma se i costruttori sono obbligati per legge a ridurre le emissioni non possono permettersi il lusso, a meno di non pagare delle compensazioni, di mettere sul mercato macchine a motore termico puro, specie su macchine grandi o prestazionali e le PHEV si rivelano una scelta furba per gabbare il sistema normativo, anche se tecnicamente si rivela una scelta poco felice.

    C’è però da dire che anche le omologazioni stanno cambiando, stringendo un po le maglie di queste zone grigie, costringendo i produttori ad aumentare l’autonomia in elettrico per rientrare nei parametri di inquinamento, aumentando però peso e costi specie per chi non ha intenzione di usarle in modalità elettrica pura.

    E con buona pace dei listini e dei consumi effettivi, tutto sommato se uno può permettersi certi macchinoni, il prezzo o il consumo effettivo sono probabilmente problemi trascurabili.

    Voi conoscevate le PHEV? Cosa ne pensate? Ne avete una?

  • Chi paga i conti della guerra? Aumenti e Benzina Razionata!

    Chi paga i conti della guerra? Aumenti e Benzina Razionata!

    Uno degli effetti della guerra in Iran è sicuramente l’aumento dei costi dell’energia, dato che una consistente parte di gas e petrolio arrivano da quelle parti, e tra blocchi navali e bombardamento agli impianti, non solo di Iran ma anche dei paesi limitrofi , non solo la distribuzione ma anche la produzione si è quasi interrotta, proprio in un momento dove al termine della stagione fredda si fanno scorte per l’inverno successivo.

    Questo porta ad un aumento dei prezzi ed ad una maggiore concorrenza nell’acquisto che porta, per via della legge della domanda e dell’offerta a fare schizzare in alto i prezzi.

    E se da noi il problema dei prezzi, in parte è compensato da un temporaneo taglio delle accise per i carburanti da autotrazione, nella speranza che la situazione si possa risolvere a breve, non è il solo a cui dovremo far fronte.

    white and black gas pumps

    Infatti la maggior richiesta, unita alla necessità di accaparrarsi delle scorte prima di ulteriori aumenti o anche quella di doversi approvvigionare da fonti alternative a quelle del golfo persico fa sì che la disponibilità di gas e petrolio sui mercati mondiali stia diminuendo.

    E questo non significa solo un problema prezzi, che diventerà molto più evidente al termine del taglio temporaneo delle accise, ma soprattutto di disponibilità: infatti gas e petrolio stanno iniziando a scarseggiare.

    In molti paesi, specialmente in quelli particolarmente dipendenti dalle importazioni di gas e petrolio infatti sta iniziando una sorta di razionamento delle energie, con stazioni di servizio chiuse e con lunghe code in quelle dove il prodotto è disponibile, stop a produzioni energivore e black out elettrici.

    Ma anche dalle nostre parti, alcune stazioni di servizio, soprattutto nelle zone più periferiche, iniziano a funzionare a singhiozzo a causa della mancanza di carburanti e la situazione non potrà fare altro che peggiorare , soprattutto se la guerra si allunga.

    E per l’Italia c’è da ricordare che importa la maggior parte del suo fabbisogno energetico dall’estero, e una volta tagliati i ponti con la Russia ci stavamo fornendo di gas in buona parte dal Qatar, da un impianto che è stato bombardato e che potrà ritornare pienamente operativo solo nel giro di alcuni anni.

    Ciò significa essere con il coltello alla gola nella ricerca di fornitori alternativi, con il rischio di prezzi ancora più cari ma soprattutto di dover competere con chi ne ha assolutamente bisogno e quindi disposto a pagarlo di più, alzando l’asticella dei prezzi.

    Ma soprattutto si rischia di non trovarne, neanche a volerlo pagare dieci volte tanto quanto costava prima della guerra, ed essendoci necessario per riscaldarci e creare energia elettrica si rischiano i razionamenti.

    Inoltre il nostro mix energetico è fortemente sbilanciato sugli idrocarburi, non avendo più centrali nucleari in attività che potrebbero consentire una produzione costante di energia senza dipendere dall’estero.

    rows of solar modules in photovoltaic power station

    E anche volendo aumentare la produzione da fonti rinnovabili come solare o eolico ci si scontrerebbe con la dipendenza dall’estero, dai tempi di messa in opera ma soprattutto da una produzione che funziona solo in determinati periodi o ore della giornata, cosa che non riuscirebbe, se non solo in parte, a risolvere i nostri problemi di approvvigionamento.

    Ciò significa che dovremmo prepararci a periodi di scarsità di energia che si protrarranno nel tempo anche al termine delle ostilità, visto che le catene di approvvigionamento e gli impianti distrutti richiederanno tempi lunghi per tornare a regime, con il rischio, anche per noi, di razionamenti e blackout.

    clouds over wind turbine

    Quindi quello che possiamo fare , nel nostro piccolo, per alleviare il problema è fare scorta di carburante, magari dotandosi anche di un generatore di emergenza, e di fare scorta di prodotti derivati dal petrolio che possono risentire della scarsità di materie prime e di difficoltà nei trasporti, ma la cosa si può estendere a qualsiasi prodotto che viaggiando su gomma, subirà problemi di disponibilità e aumenti di prezzo, e di cercare contratti di fornitura di luce e gas a prezzo fisso per mettersi a riparo dagli aumenti, che probabilmente dureranno a lungo. 

    Voi avete altre idee su come salvarsi da questi problemi di prezzi e disponibilità?

  • La tassa anti pirateria colpisce ancora: tassati anche cloud e ricondizionati

    La tassa anti pirateria colpisce ancora: tassati anche cloud e ricondizionati

    In Italia esiste una tassa anacronistica che nasce per tutelare i titolari dei diritti di contenuti audiovisivi dalla copia, ridistribuendo loro parte di questa tassa.

    Questa tassa nasce oltre 20 anni fà quando era normale piratare su musicasette, cd o videocassette il nostro album o film preferito, pertanto si era pensato di tassare i supporti vergini per creare una sorta di rimborso ai titolari dei diritti d’autore.

    Era una norma, seppur corretta nella finalità, iniqua in partenza perché nel supporto vergine non è detto che venisse registrata un’opera coperta da diritti d’autore, ma magari solo nostri dati privati o le foto o i filmati delle nostre vacanze.

    portrait shot of a woman

    Ed era ancora più ingiusta perchè è stata estesa a tutti quei dispositivi che possono, anche solo potenzialmente, registrare delle opere coperte dal diritto d’autore, quindi anche chiavette usb, schede di memoria, dischi rigidi e ssd per il computer, ma anche i dispositivi stessi dai videoregistratori, masterizzatori, ai lettori mp3 , dagli smartphone ai computer, anche se si tratta di dispositivi aziendali dove è poco verosimile che vengano stoccati file pirata.

    E dato che la tassa viene riscossa dai produttori, su alcuni dispositivi che astrattamente potrebbero registrare contenuti multimediali le case preferiscono disabilitare le funzioni per i prodotti destinati al nostro mercato, ad esempio smartwatch o decoder per il digitale terrestre, dove la funzionalità multimediale non è essenziale spesso si preferisce castrare il dispositivo per non pagare questa tassa.

    several transparent compact audio cassettes with visible tape and red inner reels placed randomly on a blue background selective focus technique

    Ma se può essere tollerabile pensare di pagare una tassa sui supporti CD, DVD o Bluray vergini, e in astratto anche i masterizzatori, anche se obiettivamente sono ormai superati sia dalla tecnologia che dallo streaming che ha sconfitto quel tipo di pirateria diffusa sino ai primi anni 2000, questa tassa colpisce dispositivi che difficilmente vengono usati per la pirateria. Infatti pagano la tassa anche le schedine SD per le macchine fotografiche, le chiavette usb che usiamo per spostare i dati nei computer, ma anche gli stessi dischi , interni o esterni, che usiamo per il backup dei nostri computer, così come i televisori, tablet e i computer stessi.

    A seconda del dispositivo, specie sui dischi e le memorie più grandi, pagando la tassa a seconda della capacità in gigabyte la spesa non è trascurabile e può arrivare a decine di euro che si sommano al prezzo del dispositivo, anche se non è destinato a contenere file multimediali.

    an external storage drive on wooden table

    E queste tariffe sono state recentemente riviste al rialzo, mantenendo la tassazione su dispositivi obsoleti ormai spariti dal mercato ma rivendendo gli scaglioni per colpire i dispositivi più capienti arrivati sul mercato, aumentando tra il 15 e il 40% le precedenti tariffe e estendendole a dispositivi di nuova concezione.

    E tra le novità c’è il pagamento della tassa anche sui dispositivi ricondizionati, quindi soggetti ad una doppia tassazione, sia quando sono stati venduti da nuovi che quando vengono rivenduti come usati, ma quella più pericolosa è la tassazione sul cloud.

    modern and vintage data storage solutions

    Infatti i servizi di cloud storage dovranno ogni mese pagare una tassa su ogni giga fornito ai propri utenti, anche se in forma gratuita e indipendentemente dall’utilizzo dello spazio, pagando di fatto una doppia tassa, dato che il compenso è già stato pagato all’acquisto del server e dei dischi.

    Inoltre nel cloud difficilmente vengono caricate opere piratate, anche perché questo violerebbe le norme dei gestori, dato che vengono perlopiù utilizzati per backup e conservazione di dati privati come file di lavoro, documenti o fotografie.

    La norma paradossalmente colpisce anche servizi come quelli di posta elettronica o di backup che superando il giga di spazio sono costretti a pagare una tassa, anche se offrissero il servizio in forma gratuita, con il rischio che decidano di bloccarlo nel nostro paese o costringerci a pagare un abbonamento.

    box server illuminated on blue

    E colpire il cloud significa azzoppare la digitalizzazione del paese e favorire i gestori cloud esteri che possono eludere la legge non dovendo sottostare alla nostra legislazione, ma soprattutto costringere i provider cloud italiani creare delle procedure costose ad hoc per il conteggio e la riscossione di questa tassa, nata ignorando le richieste delle associazioni di categoria.

    Ma quello che infastidisce di più è che la pirateria è solo una scusa per una tassa extra, visto che il fenomeno grazie allo streaming legale, è praticamente scomparso, tanto più che la tassa si paga principalmente su dispositivi, come pennette usb, schede di memoria e dischi che si usano principalmente per scopi leciti ben lontani dalla pirateria.

    stack of discs in close up shot

    Purtroppo se acquistiamo i nostri dispositivi in Italia siamo costretti a pagarla, e a seconda della capienza dei dispositivi non si tratta di qualche centesimo in più pagato su un cd vergine, ma a seconda dei casi di decine di euro.

    Voi eravate al corrente di questa novità? Utilizzate dispositivi soggetti alla tassazione?

  • Food Delivery sotto attacco: Glovo e Deliveroo commissariate

    Food Delivery sotto attacco: Glovo e Deliveroo commissariate

    É notizia recente il commissariamento giudiziario di due delle principali società di consegna di cibo a domicilio, Glovo e Deliveroo, accusate di caporalato in quanto i rider che lavorano per queste società vengono pagati a consegna e non assunti come dipendenti.

    Purtroppo i giudici , ritenendo la paga dei riders troppo bassa, hanno ben pensato di voler intervenire per scardinare un sistema che non hanno capito, provocando grossi problemi ai lavoratori e ai ristoratori che utilizzano queste piattaforme per la consegna dei pasti ai propri clienti.

    Infatti queste piattaforme pagano al rider per la consegna un compenso variabile, deciso da un algoritmo in funzione della richiesta, del giorno della settimana, dell’orario e della distanza, ma soprattutto permettono al rider di accettare o meno una consegna, senza vincoli e senza esclusive.

    courier with glovo bag on electric bicycle in city

    Questo significa che uno studente può fare qualche consegna per arrotondare solo quando ha tempo senza dover sottostare a degli orari definiti, o che semplicemente può lavorare per più piattaforme contemporaneamente ottimizzando i tempi e guadagnando da più fornitori.

    Inoltre questo sistema ha permesso a molti immigrati di crearsi un reddito onestamente, sfuggendo dall’esigenza di dover fare lavori malfamati, sottopagati o di lavorare in attività criminali.

    food delivery motorbikes in dubai street scene

    E i guadagni, considerato il tempo dedicato, i bonus, la possibilità di lavorare per più compagnie permette, a chi si impegna con costanza, di portare a casa un bello stipendio, probabilmente più alto del cameriere o del lavapiatti che lavora nelle cucine degli stessi ristoranti che utilizzano le piattaforme.

    Ma probabilmente i giudici non capiscono che se una data consegna viene pagata 2 euro, quello non è lo stipendio mensile, visto che il compenso varia da consegna a consegna, ed è mediamente più alto (generalmente sui 4-5 euro) e a seconda dei casi la stessa consegna può venire pagata anche 8-10 euro , più un eventuale mancia e soprattutto che magari in una serata standard di consegne se ne fanno tranquillamente una decina, consentendo di portare a casa a fine mese uno stipendio dignitoso.

    crowded winter scene at wroclaw holiday market

    Inoltre in molti casi la flessibilità, e la possibilità di non accettare una consegna permette maggiore sicurezza e tranquillità rispetto a chi pagando un fisso mensile costringe ad effettuare un certo numero di consegne per rientrare nei costi.

    E decidere di azzoppare queste piattaforme costringendole ad assumere i riders è pericoloso: molti dei rider stessi preferiscono la flessibilità e la meritocrazia ad uno stipendio minimo vincolato ad orari fissi, ma soprattutto renderebbero poco conveniente alle piattaforme rimanere sul mercato, già gravate di costi altissimi e margini molto risicati.

    a biker holding a box of food

    Infatti quelle assunzioni obbligatorie potrebbero portare alla scelta di abbandonare il mercato italiano, come fatto da varie piattaforme che nel tempo hanno chiuso o sono state assorbite da società concorrenti.

    Ma c’è anche un pericoloso precedente: il commissariamento di Uber Eats per le stesse ragioni ha portato la compagna di food delivery ad abbandonare il nostro paese e solamente una compagnia delle poche rimaste sul mercato, Just Eat, ha dei riders assunti con uno stipendio fisso.
    E se Glovo e Deliveroo , seguendo la stessa logica, decidessero di abbandonare il mercato italiano, si ammazzerebbe la concorrenza portando l’ultima piattaforma superstite ad aumentare i prezzi per le consegne, rendendo poco conveniente il servizio per l’utente finale.

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    E se il consumatore non acquista a perderci sono anche i ristoratori che offrono il servizio di consegna tramite le piattaforme con il rischio di tagliare personale o addirittura di chiudere l’attività, specie per quelle molto focalizzate su asporto e food delivery.

    Alla fine perseguendo questa idea del costringere le piattaforme ad assumere i riders si creano danni non solo alle piattaforme, ma ai rider stessi che perderanno il lavoro, ai lavoratori dei ristoranti, agli stessi ristoranti e agli utenti.

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    Senza contare che il rider trovatosi senza lavoro finisce , nella migliore delle ipotesi, per essere a carico dello stato o di finire nelle grinfie della criminalità organizzata: sicuramente meglio avere un rider con uno stipendio basso che un pusher ben pagato.

    Voi cosa ne pensate? Usate le piattaforme di food delivery?

  • Il conto della guerra in Iran lo paghiamo noi europei

    Il conto della guerra in Iran lo paghiamo noi europei

    Purtoppo il periodo storico non è il migliore a causa delle varie guerre in giro per il pianeta, alle quale si è recentemente aggiunta quella in Iran.

    E quest’ultima a causa della posizione geografica rischia di costare molto cara ai consumatori europei.

    Infatti la zona del golfo persico diventata teatro di guerra è cruciale per la produzione di gas e petrolio, e con l’abbandono delle forniture russe a basso prezzo a causa della guerra in Ucraina, a meno di non acquistare a prezzi altissimi dagli Stati Uniti,i nostri maggiori fornitori attualmente provengono da quelle aeree.

    E se anche magari non si acquistava gas e petrolio direttamente dall’Iran, le navi gasiere e petroliere provenienti dai paesi del golfo devo passare dalle coste iraniane che ora a causa della guerra, tra blocchi navali e regole assicurative che vietano alle navi di transitare in zone di guerra, sono diventate off limits.

    gasoline pumps in close up photography

    Inoltre la posizione delle raffinerie dei vari emirati costringono obbligatoriamente le petroliere a passare davanti alle coste iraniane, non essendoci altri sbocchi al momento, togliendo dal mercato dei fornitori fondamentali, che sono costretti ad interrompere la produzione facendo salire i prezzi.

    Aggiungiamo poi che gli attacchi iraniani a impianti di produzione di gas e petrolio ai paesi confinanti per costringerli a fare pressione nei confronti degli Stati Uniti per terminare la guerra, unite al blocco navale stanno causando minore produzione e quindi un immediato aumento dei prezzi all’ingrosso dei prodotti energetici, soprattutto del gas qatariota che rappresenta circa il 20% della produzione mondiale.

    industrial buildings at night

    E questo significa aumenti immediati per il pieno della nostra auto, del gas per il riscaldamento, per l’energia elettrica, e se la guerra si protrarrà causerà aumenti a catena anche del costo di trasporto delle merci che si riverbererà sui prezzi di tutti i prodotti.

    Ma non è solo l’energia a soffrire a causa delle guerre in medio oriente, ma anche il turismo e il traffico aereo, visto il ruolo dei paesi arabi nelle rotte aeree internazionali delle compagnie del golfo, che hanno fatto diventare gli aeroporti della zona scali obbligatori nelle maggiori rotte aeree intercontinentali.

    E il problema non è solo dei turisti, o di influencer e fuffaguru che fanno la bella vita a Doha o a Dubai, ma dello scalo delle merci che viaggiano sulle stesse rotte aeree, con le compagnie del golfo costrette a lasciare a terra aerei e passeggeri.

    Inoltre l’Iran sia come ritorsione, che come arma di pressione, ma soprattutto per proteggersi sta bombardando i paesi confinanti, distruggendo sia le basi militari statunitensi dalle quali arrivano i missili a lei destinati, ma anche strutture civili come porti, aeroporti e hotel legati alle attività dei militari, estendendo l’area di guerra a tutto il golfo persico.

    Ovviamente poi questa escalation porta ulteriori problemi con Israele che approfitta della situazione per bombardare i paesi che aiutano l’Iran con il risultato di un allargamento del conflitto, cosa che posticipa sempre più la risoluzione delle ostilità.

    E più passa il tempo e più il contraccolpo sull’economia mondiale è importante, e a pagare il conto non sono tanto gli USA o Israele, ma in parte gli altri stati del golfo, che perdono non solo introiti dalla vendita di prodotti petroliferi, ma anche lo status di ricchi e sicuri rifugi nel deserto costruiti coi petrodollari, ma soprattutto quei paesi che il gas e petrolio arabo lo acquistano, come gli europei.

    Il blocco navale sulle coste iraniane blocca inoltre ai paesi europei la ricezione di merci provenienti dall’Asia, con aumento dei costi e dei tempi di trasporto, dovendo le navi circumnavigare l’Africa per raggiungere le nostre coste.

    Infatti energia alle stelle, costi dei trasporti che gioco forza lieviteranno, minore disponibilità di prodotti cinesi e l’incertezza dovuta alla guerra faranno rapidamente salire l’inflazione.

    E questa tassa nascosta colpirà i nostri portafogli come abbiamo già sperimentato nelle crisi degli ultimi anni: i prezzi vanno alle stelle, ma gli stipendi restano fermi, costringendoci a ulteriori sacrifici in un momento poco roseo, anche a causa della guerra in Ucraina che continua e degli strascichi del periodo Covid che non sono stati ancora completamente assorbiti.

    Quello che si può fare è sperare che questa guerra possa finire prima possibile, perchè più si protrae nel tempo, e visti i presupposti potrebbe rivelarsi molto lunga, e più saremo noi europei a pagare il conto, anche a causa dei rapporti interrotti con la Russia, nostro vecchio fornitore energetico ormai abbandonato.

    Insomma le cose sembrano volgere al peggio, considerato che volenti o nolenti saremo chiamati a pagare i conti di questa spiacevole situazione. Cosa ne pensate?

    iran flag and toy soldiers on map
  • Arriva l’arbitro assicurativo

    Arriva l’arbitro assicurativo

    Quando abbiamo una controversia con la nostra impresa assicurativa, per una polizza vita, danni o rcauto spesso diventa inutile o costoso far valere i propri diritti senza dover ricorrere ai servizi di un avvocato e soprattutto anticipare le spese, cosa che fa venir meno la convenienza di un ricorso quando le cifre in ballo sono piuttosto modeste.

    Un classico esempio è il sinistro stradale, magari per un danno da 2000 euro, tolte le franchigie l’assicurazione magari ve ne liquida solo 1000, ma mettere un avvocato significa anticipare una cifra pari o superiore al danno e attendere anni che la giustizia faccia il suo corso: in pratica non ne vale la pena, a meno che le cifre in ballo non siano davvero importanti.

    car crash on dirt road

    Ma da gennaio c’è una novità: l’arbitro assicurativo (AAS), una figura terza, gestita dall’IVASS, che per legge si occupa delle dispute tra assicurato e assicuratore che da una parte fa da filtro alle richieste giudiziali e dall’altra permette agli assicurati di difendersi in maniera più rapida, economica e con tempi certi, previsti dalla nuova procedura.

    In pratica in caso di controversia con un’impresa di assicurazione o un intermediario assicurativo, eccetto alcuni casi specifici in cui questa procedura non è disponibile (ad esempio in caso di alcune imprese estere che hanno dichiarato di utilizzare il sistema analogo del proprio paese, risarcimenti oltre determinati importi, sinistri per cui intervengono il CONSAP o il fondo vittime della strada o della caccia, le assicurazioni grandi rischi, etc.) si dovrà attingere a questo strumento dopo il reclamo fatto all’assicurazione e prima di un’eventuale causa, qualora non si ottenga comunque soddisfazione dalla procedura.

    La cosa interessante sono i costi, solo 20 euro da pagare tramite pagoPA che verranno restituiti in caso di vittoria e senza la necessità di ricorrere ad un avvocato: l’unica cosa a cui fare attenzione é che la procedura si basa solo sulla documentazione inviata, quindi non potranno essere chiamati in causa testimoni o documentazione creata successivamente, oltre alle limitazioni di valore della controversia, quando si richiede un pagamento alla controparte.

    Infatti l’arbitro non interviene su polizze vita oltre i 300.000 euro in caso di morte o 150.000 negli altri casi, polizze danni oltre i 25.000 euro e controversie oltre i 2.500 in caso di indennizzo diretto: ciò significa che in caso di sinistro stradale se la differenza tra il danno effettivo e quello liquidato è superiore a questa cifra (facile che succeda se l’assicurazione non vuole pagare il danno, meno se c’è soltanto disaccordo sulla cifra) l’arbitro non interviene e bisogna andare in causa, cosa comunque giustificata dalle cifre in ballo.

    La procedura prevede che in primis l’assicurato faccia reclamo all’assicuratore, che deve rispondere entro 45 giorni, se non si trova un accordo o manca la risposta, l’assicurato apre la procedura presso l’arbitro fornendo , accedendo al sito tramite spid o cie,  tutta la documentazione, il reclamo e la risposta allo stesso, copia dei documenti e del pagamento di 20 euro.

    Entro 10 giorni la segreteria tecnica verifica l’ammissibilitá e la presenza della documentazione ed eventualmente chiede integrazioni, poi contatta l’assicuratore che entro 40 giorni deve fare una sua controdeduzione, al quale noi avremo 20 giorni per una nostra eventuale replica, e altri 20 giorni per una controreplica dell’assicurazione. Al termine di questo periodo il collegio esaminerá la pratica entro 90 giorni (prorogabili di altri 90 in caso di situazioni particolarmente complesse) e comunicherá l’esito del ricorso a cui l’impresa dovrà ottemperare entro 30 giorni e rimborsare il contributo versato: quindi a meno di complicanze dopo 6 mesi dall’inizio della procedura di arbitrato si ha un esito e in meno di 9 mesi dal sinistro si ha il rimborso: decisamente piú conveniente di una causa.

    judgement scale and gavel in judge office

    Ovviamente ci sono alcuni paletti che non permettono di usare lo strumento in tutte le situazioni, ma in caso di una controversia non particolarmente grave ci consente di far valere i nostri diritti anche quando non vale la pena mettere di mezzo un avvocato, e se poi non ci si riesce nulla vieta di intraprendere successivamente un’azione legale.

    Voi conoscevate questo strumento? Pensate sia utile o sia dell’ulteriore complicata burocrazia?