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  • Nuova tassa: lo SPID diventa a pagamento

    Nuova tassa: lo SPID diventa a pagamento

    Come qualsiasi italiano alle prese con la burocrazia ha imparato, per gestire tutte le pratiche della pubblica amministrazione on-line in autonomia dal proprio computer, tablet o smartphone abbiamo bisogno di un sistema di identificazione pubblico riconosciuto dall’ente del quale vogliamo usufruire i servizi.

    Questo sistema serve per certificare che la persona che accede al servizio pubblico digitale sia effettivamente chi dichiara di essere, dato che dietro al sito dell’ente non ci puó essere un impiegato che possa verificare la corrispondenza del documento del richiedente.

    Pertanto l’utente per farsi riconoscere, evitando che qualcun’altro spacciandosi per lui possa accedere a dati personali importanti come fascicoli sanitari, fiscali, pensionistici etc. deve avere un dispositivo che attesti ufficialmente l’identitá, che sia sicuro ed univoco, e che possa comunicare con il sito dell’ente pubblico.

    Esistono diversi metodi per avere questo servizio, dalla carta di identita digitale, all’app IO (IT Wallet), alla tessera sanitaria con CNS, ai sistemi di identitá digitale con token, tessere o chiavi digitali, ma quello generalmente piú compatibile, visto che per legge deve essere reso  disponibile da tutte le varie amministrazioni è lo SPID.

    SPID, acronimo di servizio pubblico di identitá digitale é un sistema nato nel 2014 dalla AgID, Agenzia per l’Italia Digitale, ente pubblico che si occupa della digitalizzazione della pubblica amministrazione, per consentire un accesso unico ai vari servizi digitali della pubblica amministrazione.

    Il sistema richiede che l’utente si registri al sistema presso un identity provider, che dovrá certificare la corrispondenza dell’utenza col documento di riconoscimento, e quando accederá all’ente erogatore del servizio (service provider) questo si collegherá con l’identity provider e ne consentirá l’accesso.

    L’identity provider può essere un ente pubblico o una società privata autorizzata a fornire il servizio, che spesso avveniva erogato gratuitamente o a costi molto ridotti, in quanto storicamente sovvenzionato da contributi statali.

    Qualcuno di questi provider riesce a coprire i costi chiedendo un contributo di attivazione una tantum, o vendendo dei servizi aggiuntivi, come l’identificazione con modalitá piú comode, o maggiori livelli di sicurezza, ma più o meno tutti gli identity provider, magari con qualche piccola limitazione, davano modo di avere uno SPID in modalitá gratuita.

    Il problema é che questi contributi col tempo sono andati a scomparire, rendendo insostenibile economicamente mantenere il servizio gratuito, specie per le società private.

    E se qualcuna (Intesa) ha cessato il servizio, altri come Aruba, InfoCert o Poste sono state costrette a chiedere un canone annuale per il servizio, nella migliore delle ipotesi gratuito per il primo anno.

    E il caso che ha fatto piú rumore é stato Poste, che è quello piú utilizzato in Italia, grazie alla facilitá di recarsi in un ufficio postale per la attivazione, che dal 2026 passa da essere totalmente gratuito al canone annuo di 6 euro, eccetto per alcuni utenti svantaggiati, minorenni o over 75.

    Ovviamente se ci siamo abituati ad usare SPID e non vogliamo pagarlo, quello che possiamo fare è cancellare la nostra utenza contattando il nostro identity provider , spesso con una procedura nell’area riservata o con l’invio di una apposita modulistica per la cancellazione, e parallelamente fare la registrazione con uno dei provider che continua a fornire il servizio gratuitamente, sperando di non scoprire di essere stati vittima della truffa del secondo spid, dove alcuni malintenzionati riuscivano a creare , presso un diverso provider, un secondo spid a insaputa della vittima rubando copie dei documenti: in quel caso se il vostro codice fiscale fosse giá utilizzato il nuovo provider non vi potrebbe rilasciare lo SPID.

    Il problema, è però,  che in assenza di contributi pubblici, sia per spending review che per favorire l’uso di un sistema totalmente senza costi di gestione per lo stato come la carta d’identità elettronica,  i pochi fornitori residui getteranno la spugna nel prossimo futuro e ci troveremo volenti o nolenti a dover pagare un canone annuo, così come successo per la PEC, inizialmente gratuita, che poi qualcuno la rese a pagamento dopo il primo anno e poi divenuta a pagamento senza alternative presso tutti i fornitori.

    E se come per la PEC i piú grandi fornitori del servizio (Poste ed Aruba) sono diventati a pagamento, purtroppo anche i piú piccoli finiranno per seguirli, anche solo per non dover trovarsi a gestire i clienti che si trasferiranno per scappare dal canone annuale.

    L’alternativa è iniziare ad utilizzare, laddove é supportata, al posto dello SPID, la CIE, che non ha bisogno dei servizi, e quindi dei costi, di un ente terzo: il problema é che l’adozione nelle pubbliche amministrazioni è ancora limitata, anche perché piú complessa da implementare, quindi al momento non si risolverebbe il problema al 100%, nonostante le promesse di una implementazione completa entro il 2026 .

    Voi avete uno SPID vittima del canone annuale? Con cosa lo sostituirete?

  • Col Privacy Shield non si ferma solo la pirateria

    Col Privacy Shield non si ferma solo la pirateria

    Ormai i servizi di streaming video sono diventati un compagno irrinunciabile delle nostre serate e ci consentono di goderci un film , una serie tv o un evento sportivo comodamente dal nostro dispositivo collegato a internet.

    Il problema é che complice la domanda e la facilitá con cui le case di produzione possono mettere in opera il proprio servizio, il numero di questi servizi si sono moltiplicati a dismisura, costringendo a passare da uno all’altro per seguire le proprie serie preferite o la propria squadra del cuore, ognuna con un abbonamento differente.

    Ma se ovviamente abbonarsi a un paio di servizi puó essere ancora tollerato, pensare magari di abbonarsi a 10 servizi diversi é fuori discussione per la maggior parte delle persone, sia per una questione di costi che banalmente di tempo dato che si rischierebbe di pagare per servizi che non useremo.

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    E questa frammentazione ha portato gli utenti a strizzare l’occhio alla pirateria, sopratutto da quando praticamente tutti i servizi hanno dato una stretta alla condivisione degli account, quindi togliendo la possibilitá di poter smezzare con qualche amico il costo dell’abbonamento. 

    I vari servizi per correre ai ripari stanno introducendo piani con pubblicitá a prezzo scontato per cercare di recuperare gli utenti perduti, ma questo non é bastato ad arginare l’emorragia di disdette, con gli utenti che continuano a vedere gli stessi contenuti ma in modo illegale, rispolverando degli strumenti che erano passati di moda da quando i servizi di videostreaming erano pochi e soprattutto economici.

    Ma ora con questa frammentazione, i sempre maggiori costi per i diritti di trasmissione e la competizione per realizzare un prodotto di successo che possa sbaragliare la concorrenza ha fatto sì che i costi di produzione siano sempre maggiori e questo si riflette nel costo degli abbonamenti e quando il prezzo diventa proibitivo la pirateria non puó che avere gioco facile.

    Ma un utente che guarda a scrocco significa per il servizio non ripagare i propri costi, che anziché ingegnarsi per ridurre le spese e mantenere dei prezzi sostenibili per comoditá ribalterá le proprie spese sui clienti fedeli aumentando i listini se non vuole dichiarare bancarotta.

    Ovviamente é un serpente che si morde la coda, ma quando le cose iniziano andare male anche questi servizi finiscono per incattivirsi, specie con chi non paga.

    E facendo lobby sono riusciti ad introdurre dei blocchi e delle sanzioni per i pirati, che se prima impattavano solo su chi si arricchiva sfruttando la pirateria, ad esempio fornendo prodotti o servizi illegali per consentire la visione a sbafo, ora riescono a colpire anche il singolo utente , sia dal punto legale , dato che si rischiano multe anche di 5000 euro per la sola visione di contenuti pirata, ma anche con il blocco dei siti di streaming illegale, che sino a poco tempo fá tecnicamente non era possibile fare o era facilmente aggirabile.

    Infatti per arginare la pirateria è nato un sistema chiamato privacy shield, che permette di bloccare uno stream pirata entro 30 minuti dalla segnalazione dei titolari, in modo da evitare a chi non ne detiene i diritti di diffondere eventi sportivi in diretta, il tutto senza che un giudice abbia il tempo di stabilire se effettivamente ci si trovi in una situazione illecita e non dando al titolare la possibilitá di difendersi.

    Infatti grazie ad una legge di recente introduzione tutti i provider internet italiani dovranno immediatamente, dopo la segnalazione degli aventi diritto, bloccare gli indirizzi IP dal quale proviene lo stream pirata, rendendo inutili accorgimenti come l’uso di dns esteri e in teoria anche l’uso di vpn (anche se realtá basta utilizzare un servizio estero a pagamento per bypassare il blocco).

    Il problema è che un blocco fatto dal provider rischia di bloccare , come é giá successo, anche siti perfettamente legittimi che condividono il server o l’indirizzo IP con lo stream pirata, buttando giú siti incolpevoli e considerando che non è semplice né veloce fare ricorso per segnalare l’errore, i malcapitati si troveranno i propri servizi bloccati per giorni senza poter intervenire a meno di pagarsi di tasca un nuovo server sperando di non venire ulteriormente bloccati.

    La toppa infatti si sta rivelando peggiore del buco, sia per le problematiche tecniche in seno ai provider, all’elevato rischio di falsi positivi e al fatto che , seppur con qualche sbattimento in piú, chi vuole piratare ha comunque il modo di aggirare il problema. 

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    Voi conoscevate questo sistema? Avete avuto dei problemi? Avete qualche altra domanda, consiglio o suggerimento? Scrivetelo nei commenti