Tag: guerra

  • Inflazione: la tassa invisibile che mangia i nostri risparmi

    Inflazione: la tassa invisibile che mangia i nostri risparmi

    Purtroppo esiste una tassa invisibile che può fare male ai nostri portafogli, è l’inflazione che nasce quando i prezzi si alzano più dei nostri stipendi, facendoci perdere potere d’acquisto, che ci porta ad acquistare meno beni con la stessa quantità di denaro.

    E in questo periodo tra guerre, tensioni geopolitiche, blocco dei canali commerciali, mancanza di petrolio e materie prime i prezzi non possono fare altro che salire, e dato che l’economia è stagnante siamo destinati a perdere potere d’acquisto.

    E per difenderci quello che possiamo fare è attivare delle strategie che possono metterci almeno parzialmente al riparo da questi aumenti.

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    Ad esempio se abbiamo dei risparmi fermi sul conto tenendoli fermi banalmente varranno di meno, se ad esempio con le stesse 10 euro fino a ieri potevamo comprare 10 penne , aumentando i prezzi, magari tra un anno ne potremmo comprare solo 8, quindi per fare in modo di poter comprare le stesse 10 penne i nostri 10 euro devono diventare 12.50.

    In alternativa dobbiamo trovare una diversa penna o un diverso fornitore che continui a venderle ad 1 euro l’una.

    Nel primo caso avremmo bisogno di investire i nostri denari di modo che ci venga dato un interesse che possa far crescere quei nostri 10 euro iniziali, ovviamente ci si esporrà al rischio che se sbagliamo investimento potremmo perdere i nostri soldi, pertanto maggiore sarà questo rischio e maggiore sarà quanto potremmo ottenere in più dal nostro investimento: quelli più sicuri renderanno poco, quelli che promettono grandi guadagni potrebbero farci perdere il nostro denaro, ed in un periodo di crisi gli investimenti che storicamente sono stati ritenuti come sicuri potrebbero non esserlo in futuro.

    euro banknotes and coins on a table

    Questo significa che per investire bisogna capire bene come funzionano questi meccanismi, magari facendosi aiutare da dei consulenti indipendenti che facciano i nostri interessi e non quelli di chi ci propone l’investimento.

    Alternativamente quello che si può fare è cercare di spendere meno, modificando le nostre abitudini, cercando alternative più economiche o fornitori meno cari, magari facendo scorta quando troviamo offerte convenienti.

    dynamic financial analysis with technology tools

    Ovviamente fare scorta è possibile per dei beni durevoli : se troviamo la carta igenica o il cibo in scatola a lunga conservazione a un prezzo più basso del solito ha senso farne incetta, se compriamo una cassetta di frutta e non la consumiamo in fretta finiremo per buttarne una parte, facendo aumentare il reale costo.

    Tralaltro fare scorta in un periodo di tensioni geopolitiche ci mette anche al riparo da possibili aumenti futuri a causa della scarsità della produzione: se domani le aziende avranno difficoltà a produrre la carta igienica facilmente le poche confezioni disponibili sul mercato aumenteranno di prezzo, diciamo da 3 a 6 euro, e se noi le abbiamo pagate in offerta prima degli aumenti magari 2 euro l’una abbiamo fatto un risparmio notevole, che magari ci consente di permetterci di comprare un prodotto fresco a prezzo maggiorato di cui giocoforza non abbiamo potuto fare scorta.

    Alla fine proteggersi dall’inflazione diventa un gioco di strategia per cercare di risparmiare il più possibile senza rinunciare ai nostri consumi, dato che visto il periodo è sempre più difficile aumentare le entrate cercando un lavoro con uno stipendio più alto.

    Voi avete altre strategie per mettervi al riparo da questi aumenti?

  • Le auto elettriche ci salveranno dal caro petrolio?

    Le auto elettriche ci salveranno dal caro petrolio?

    Purtroppo la chiusura dello stretto di Hormuz ha portato a dei rincari importanti dei carburanti, che nonostante il temporaneo taglio delle accise sta portando il prezzo di diesel e benzina a livelli mai visti, con lo spauracchio di una difficoltà di rifornimento che potrà portare a vendite calmierate, blocco delle auto o circolazione a targhe alterne.

    Pertanto chi ha una macchina a benzina o a gasolio magari può pensare che il momento possa essere favorevole per passare ad una macchina elettrica che non risente degli aumenti della benzina, ma che comunque non è esente da tutti gli altri aumenti che il blocco dello stretto provoca, compreso quello per l’energia elettrica.

    Infatti ad aumentare non è solo la benzina, e nel conto che bisogna fare per capire se la soluzione di cambiare auto possa essere conveniente va considerato il costo del kilowattora.

    distributor on a petrol station

    E questo dipende da tanti fattori, ma soprattutto dove andremo a ricaricare la macchina: nel nostro garage, magari alimentando la nostra wallbox da un impianto fotovoltaico o alla colonnina.

    Infatti ricaricare esclusivamente alla colonnina, soprattutto da quelle più veloci, già da prima della crisi petrolifera era particolarmente costoso, rendendo il costo del nostro pieno meno conveniente di un equivalente auto termica, che a seconda dei casi rendono il prezzo della ricarica veloce anche due o tre volte più costoso di un pieno di benzina, rendendo la soluzione delle colonnine veloci un’opzione valida solo per chi ha la necessità estemporanea di rifornire in viaggio, non certo per un uso continuativo.

    Se invece ci si avvale della ricarica nelle colonnine lente, scegliendo bene contratti e fornitori, e sperando che quelle a noi più comode possano accedere alle migliori tariffe, si può arrivare ad eguagliare i costi di rifornimento di un benzina, magari a seconda dei casi essere leggermente più competitivi, ma generalmente non si risparmia e considerati anche i costi di acquisto della nuova auto, i conti ci dicono che se vogliamo risparmiare nei rifornimenti il gioco non vale la candela.

    Qualche chance di convenienza potrebbe esserci ricaricando in casa la macchina, specie se si ha un contratto , magari a prezzo bloccato, con delle tariffe a kilowattora molto convenienti o ancora meglio se abbiamo un impianto fotovoltaico che ci fornisce energia a costo zero.

    Il problema però diventa ammortizzare questo risparmio: infatti per via della crisi difficilmente si ripeteranno i generosi incentivi all’acquisto delle auto elettriche, e anche ipotizzando di avere l’energia gratis per recuperare la spesa di decine di migliaia di euro necessarie all’acquisto del veicolo servirebbero anni di lunghe percorrenze, superiori probabilmente alla vita utile della stessa vettura.

    Quindi difficilmente l’idea di cambiare tipologia di auto per salvarsi dai costi del blocco del petrolio ha senso, ma al limite può essere valutata se già dovevamo cambiare auto.

    electric car charging at station in australia

    Resta però da capire se l’uso che facciamo della macchina e le nostre abitudini sono compatibili con l’uso di una macchina elettrica, dato che i tempi e le modalità di ricarica possono essere un problema per chi magari ha necessità di fare lunghe percorrenze o non ha modo di pianificare i propri spostamenti in anticipo, soprattutto se non si ha la possibilità di ricaricare la macchina nel proprio garage di casa.

    Sicuramente resta una possibilità da valutare, ma difficilmente la scelta ha senso per motivi economici, magari meglio pensarla come uno sfizio, o per provare una nuova tecnologia o magari per motivi etici, ma ragionando con il portafoglio difficilmente è la scelta migliore.

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    Voi cosa ne pensate?Acquisterete una macchina elettrica o magari ne avete già una?

  • Chip alle stelle: Crisi e IA accoppiata letale per i nostri portafogli

    Chip alle stelle: Crisi e IA accoppiata letale per i nostri portafogli

    Per il portafoglio degli appassionati di tecnologia il momento è veramente spaventoso, infatti se da una parte dovremmo essere contenti degli sviluppi dell’intelligenza artificiale dall’altra ci scontriamo sulla carenza di chip di memoria che ha spostato le produzioni dei chip verso le più remunerative tecnologie per i datacenter dove i sistemi di intelligenza artificiale sono ospitati.

    E dato che ogni dispositivo elettronico moderno, anche quello più insospettabile, ha a bordo delle memorie , in mancanza di disponibilità la produzione si ferma e i prezzi di quel poco che è disponibile schizzano alle stelle.

    Ma purtroppo al peggio non c’è mai fine e il blocco dello stretto di Hormuz ha peggiorato le cose, infatti tra i sottoprodotti del petrolio bloccati a causa della guerra abbiamo anche dei gas come l’elio indispensabili per la produzione di microchip in generale, peggiorando la già limitata disponibilità.

    central processor of a computer

    Inoltre i blocchi navali e la scarsità di kerosene per gli aerei rallentano la consegna dei prodotti finiti dalla Cina, portando a potenziali shortage che provocano ulteriori aumenti dei prezzi.

    E le tensioni geopolitiche tra Usa e Cina non fanno altro che peggiorare la situazione tra veti e divieti incrociati di esportare tecnologie e materie prime, e rischi di nuovi dazi all’orizzonte comprare anche un banale smartphone o laptop potrebbe costarci molto di più di quanto siamo abituati.

    Ma basta vedere cosa è successo al mondo delle console da videogiochi per capirlo: se un tempo col passare del tempo i prezzi diminuivano dopo il lancio, ormai siamo al quarto aumento dal lancio di Playstation 5, passata in sei anni ,un rincaro alla volta, da costare 399 euro al lancio ai 599 odierni con la versione Pro arrivata a costare ben 899 euro.

    a person holding a game controller

    Inoltre questi rincari stanno ammazzando prodotti di sicuro interesse che si trovano a posticipare a data indefinita il rilascio, come nel caso di Steam Machine ma anche le schede grafiche della serie 6000 di Nvidia, e comunque bloccando il consueto rilascio di aggiornamenti di dispositivi hardware.

    Ma anche altri dispositivi non se la passano meglio, dai pc che con prezzi di ram e schede video alle stelle hanno raddoppiato i prezzi, spesso tagliando pure le prestazioni, al mercato degli smartphone che si ritrova con aumenti e carenza di disponibilità.

    Insomma il periodo pare essere particolarmente funesto per tutti i dispositivi elettronici, e nonostante qualche nuova tecnologia per ridurre il consumo di memoria per i sistemi di intelligenza artificiale faccia ben sperare, dovremo a lungo convivere con la penuria di componenti.

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    E questo non fa che cambiare il paradigma della tecnologia, rallentando l’innovazione e aumentando i costi.

    La speranza è che qualcosa possa cambiare ma gli interessi della finanza, uniti alle tensioni geopolitiche in atto difficilmente potranno portare a qualcosa di buono.

    Avete notato anche voi questi aumenti?

  • Chi paga i conti della guerra? Aumenti e Benzina Razionata!

    Chi paga i conti della guerra? Aumenti e Benzina Razionata!

    Uno degli effetti della guerra in Iran è sicuramente l’aumento dei costi dell’energia, dato che una consistente parte di gas e petrolio arrivano da quelle parti, e tra blocchi navali e bombardamento agli impianti, non solo di Iran ma anche dei paesi limitrofi , non solo la distribuzione ma anche la produzione si è quasi interrotta, proprio in un momento dove al termine della stagione fredda si fanno scorte per l’inverno successivo.

    Questo porta ad un aumento dei prezzi ed ad una maggiore concorrenza nell’acquisto che porta, per via della legge della domanda e dell’offerta a fare schizzare in alto i prezzi.

    E se da noi il problema dei prezzi, in parte è compensato da un temporaneo taglio delle accise per i carburanti da autotrazione, nella speranza che la situazione si possa risolvere a breve, non è il solo a cui dovremo far fronte.

    white and black gas pumps

    Infatti la maggior richiesta, unita alla necessità di accaparrarsi delle scorte prima di ulteriori aumenti o anche quella di doversi approvvigionare da fonti alternative a quelle del golfo persico fa sì che la disponibilità di gas e petrolio sui mercati mondiali stia diminuendo.

    E questo non significa solo un problema prezzi, che diventerà molto più evidente al termine del taglio temporaneo delle accise, ma soprattutto di disponibilità: infatti gas e petrolio stanno iniziando a scarseggiare.

    In molti paesi, specialmente in quelli particolarmente dipendenti dalle importazioni di gas e petrolio infatti sta iniziando una sorta di razionamento delle energie, con stazioni di servizio chiuse e con lunghe code in quelle dove il prodotto è disponibile, stop a produzioni energivore e black out elettrici.

    Ma anche dalle nostre parti, alcune stazioni di servizio, soprattutto nelle zone più periferiche, iniziano a funzionare a singhiozzo a causa della mancanza di carburanti e la situazione non potrà fare altro che peggiorare , soprattutto se la guerra si allunga.

    E per l’Italia c’è da ricordare che importa la maggior parte del suo fabbisogno energetico dall’estero, e una volta tagliati i ponti con la Russia ci stavamo fornendo di gas in buona parte dal Qatar, da un impianto che è stato bombardato e che potrà ritornare pienamente operativo solo nel giro di alcuni anni.

    Ciò significa essere con il coltello alla gola nella ricerca di fornitori alternativi, con il rischio di prezzi ancora più cari ma soprattutto di dover competere con chi ne ha assolutamente bisogno e quindi disposto a pagarlo di più, alzando l’asticella dei prezzi.

    Ma soprattutto si rischia di non trovarne, neanche a volerlo pagare dieci volte tanto quanto costava prima della guerra, ed essendoci necessario per riscaldarci e creare energia elettrica si rischiano i razionamenti.

    Inoltre il nostro mix energetico è fortemente sbilanciato sugli idrocarburi, non avendo più centrali nucleari in attività che potrebbero consentire una produzione costante di energia senza dipendere dall’estero.

    rows of solar modules in photovoltaic power station

    E anche volendo aumentare la produzione da fonti rinnovabili come solare o eolico ci si scontrerebbe con la dipendenza dall’estero, dai tempi di messa in opera ma soprattutto da una produzione che funziona solo in determinati periodi o ore della giornata, cosa che non riuscirebbe, se non solo in parte, a risolvere i nostri problemi di approvvigionamento.

    Ciò significa che dovremmo prepararci a periodi di scarsità di energia che si protrarranno nel tempo anche al termine delle ostilità, visto che le catene di approvvigionamento e gli impianti distrutti richiederanno tempi lunghi per tornare a regime, con il rischio, anche per noi, di razionamenti e blackout.

    clouds over wind turbine

    Quindi quello che possiamo fare , nel nostro piccolo, per alleviare il problema è fare scorta di carburante, magari dotandosi anche di un generatore di emergenza, e di fare scorta di prodotti derivati dal petrolio che possono risentire della scarsità di materie prime e di difficoltà nei trasporti, ma la cosa si può estendere a qualsiasi prodotto che viaggiando su gomma, subirà problemi di disponibilità e aumenti di prezzo, e di cercare contratti di fornitura di luce e gas a prezzo fisso per mettersi a riparo dagli aumenti, che probabilmente dureranno a lungo. 

    Voi avete altre idee su come salvarsi da questi problemi di prezzi e disponibilità?

  • Il conto della guerra in Iran lo paghiamo noi europei

    Il conto della guerra in Iran lo paghiamo noi europei

    Purtoppo il periodo storico non è il migliore a causa delle varie guerre in giro per il pianeta, alle quale si è recentemente aggiunta quella in Iran.

    E quest’ultima a causa della posizione geografica rischia di costare molto cara ai consumatori europei.

    Infatti la zona del golfo persico diventata teatro di guerra è cruciale per la produzione di gas e petrolio, e con l’abbandono delle forniture russe a basso prezzo a causa della guerra in Ucraina, a meno di non acquistare a prezzi altissimi dagli Stati Uniti,i nostri maggiori fornitori attualmente provengono da quelle aeree.

    E se anche magari non si acquistava gas e petrolio direttamente dall’Iran, le navi gasiere e petroliere provenienti dai paesi del golfo devo passare dalle coste iraniane che ora a causa della guerra, tra blocchi navali e regole assicurative che vietano alle navi di transitare in zone di guerra, sono diventate off limits.

    gasoline pumps in close up photography

    Inoltre la posizione delle raffinerie dei vari emirati costringono obbligatoriamente le petroliere a passare davanti alle coste iraniane, non essendoci altri sbocchi al momento, togliendo dal mercato dei fornitori fondamentali, che sono costretti ad interrompere la produzione facendo salire i prezzi.

    Aggiungiamo poi che gli attacchi iraniani a impianti di produzione di gas e petrolio ai paesi confinanti per costringerli a fare pressione nei confronti degli Stati Uniti per terminare la guerra, unite al blocco navale stanno causando minore produzione e quindi un immediato aumento dei prezzi all’ingrosso dei prodotti energetici, soprattutto del gas qatariota che rappresenta circa il 20% della produzione mondiale.

    industrial buildings at night

    E questo significa aumenti immediati per il pieno della nostra auto, del gas per il riscaldamento, per l’energia elettrica, e se la guerra si protrarrà causerà aumenti a catena anche del costo di trasporto delle merci che si riverbererà sui prezzi di tutti i prodotti.

    Ma non è solo l’energia a soffrire a causa delle guerre in medio oriente, ma anche il turismo e il traffico aereo, visto il ruolo dei paesi arabi nelle rotte aeree internazionali delle compagnie del golfo, che hanno fatto diventare gli aeroporti della zona scali obbligatori nelle maggiori rotte aeree intercontinentali.

    E il problema non è solo dei turisti, o di influencer e fuffaguru che fanno la bella vita a Doha o a Dubai, ma dello scalo delle merci che viaggiano sulle stesse rotte aeree, con le compagnie del golfo costrette a lasciare a terra aerei e passeggeri.

    Inoltre l’Iran sia come ritorsione, che come arma di pressione, ma soprattutto per proteggersi sta bombardando i paesi confinanti, distruggendo sia le basi militari statunitensi dalle quali arrivano i missili a lei destinati, ma anche strutture civili come porti, aeroporti e hotel legati alle attività dei militari, estendendo l’area di guerra a tutto il golfo persico.

    Ovviamente poi questa escalation porta ulteriori problemi con Israele che approfitta della situazione per bombardare i paesi che aiutano l’Iran con il risultato di un allargamento del conflitto, cosa che posticipa sempre più la risoluzione delle ostilità.

    E più passa il tempo e più il contraccolpo sull’economia mondiale è importante, e a pagare il conto non sono tanto gli USA o Israele, ma in parte gli altri stati del golfo, che perdono non solo introiti dalla vendita di prodotti petroliferi, ma anche lo status di ricchi e sicuri rifugi nel deserto costruiti coi petrodollari, ma soprattutto quei paesi che il gas e petrolio arabo lo acquistano, come gli europei.

    Il blocco navale sulle coste iraniane blocca inoltre ai paesi europei la ricezione di merci provenienti dall’Asia, con aumento dei costi e dei tempi di trasporto, dovendo le navi circumnavigare l’Africa per raggiungere le nostre coste.

    Infatti energia alle stelle, costi dei trasporti che gioco forza lieviteranno, minore disponibilità di prodotti cinesi e l’incertezza dovuta alla guerra faranno rapidamente salire l’inflazione.

    E questa tassa nascosta colpirà i nostri portafogli come abbiamo già sperimentato nelle crisi degli ultimi anni: i prezzi vanno alle stelle, ma gli stipendi restano fermi, costringendoci a ulteriori sacrifici in un momento poco roseo, anche a causa della guerra in Ucraina che continua e degli strascichi del periodo Covid che non sono stati ancora completamente assorbiti.

    Quello che si può fare è sperare che questa guerra possa finire prima possibile, perchè più si protrae nel tempo, e visti i presupposti potrebbe rivelarsi molto lunga, e più saremo noi europei a pagare il conto, anche a causa dei rapporti interrotti con la Russia, nostro vecchio fornitore energetico ormai abbandonato.

    Insomma le cose sembrano volgere al peggio, considerato che volenti o nolenti saremo chiamati a pagare i conti di questa spiacevole situazione. Cosa ne pensate?

    iran flag and toy soldiers on map
  • Trump fa fuori i droni made in china?

    Trump fa fuori i droni made in china?

    Brutte notizie nel mondo dei droni, almeno sul territorio americano con il ban dei prodotti di produzione estera, che si vedranno negate le autorizzazioni al commercio di nuovi prodotti, sia per prodotti finiti che per la componentistica.

    In pratica i maggiori produttori, che sono di origine cinese come i leader di mercato DJI e Autel vengono inseriti nelle entity list dell’ FCC per problemi di sicurezza nazionale, così come è stato fatto in passato coi prodotti elettronici e di rete di Huawei e ZTE o gli antivirus Kaspersky, leader di mercato ai quali è stato tagliato il mercato americano, compromettendo le vendite anche nei paesi amici degli Stati Uniti.

    L’ inserimento in questa lista rende impossibile l’approvazione  sul suolo americano di nuovi modelli, ma comunque consente l’utilizzo dei prodotti già in commercio e già nelle mani dei consumatori, ovviamente il problema si riscontrerá solo coi nuovi prodotti e probabilmente nei ricambi.

    flying white drone tilt shift lens photography

    E la perdita di un mercato importante diventa un problema per un’azienda globale come DJI, che magari dovrá ripensare i propri prodotti per il mercato domestico e dei paesi alleati della Cina, rallentando , almeno sulla carta, l’innovazione non potendo piú spalmare i costi di ricerca e sviluppo, essenziali per le aziende ad alta tecnologia, sui numeri globali.

    C’è da dire che l’azienda sta iniziando a prendere le proprie contromisure estendendo la produzione ad altri articoli meno sensibili per la sicurezza , come i robot aspirapolvere.

    two assorted quadcopter drones with controllers

    Inoltre il ban americano non significa che automaticamente ci sarà una misura simile anche in Europa, ma il rischio che per motivi geopolitici anche da noi ci possa essere una mossa simile non é certamente da escludere.

    Il problema peró é che , almeno sul mercato consumer, non esistono alternative non cinesi che permettano di avere gli stessi risultati, la stessa tecnologia e gli stessi prezzi.

    Questo significa che le attività che fanno uso di droni civili, dall’agricoltura all’ingegneria o alle creazione di contenuti video subiranno forti rallentamenti in assenza di alternative, soprattutto ai prezzi economici a cui siamo abituati.

    green leafed plants

    E anche le motivazioni di sicurezza probabilmente sono pretestuose, servono piú per colpire un avversario commerciale molto forte nel suo settore con delle barriere protezionistiche che rischiano di rivelarsi controproducenti, almeno nell’ambito civile.

    E’ magari vero che in ambito militare dipendere troppo da fornitori esteri, di paesi per giunta non amici può essere pericoloso, così come il fatto che il drone civile puó trasformarsi con apposite modifiche in un’arma, ma in assenza di alternative il rischio è che la toppa sia peggio del buco.

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    Ad ogni modo attendiamo di capire come vorrá muoversi l’Europa, se seguire la mossa dell’amministrazione Trump rinunciando all’innovazione dei droni cinesi o se continuare per la propria strada.

    Voi utilizzate i droni cinesi?

  • Cambiano le accise per diesel e benzina

    Cambiano le accise per diesel e benzina

    Dal 15 maggio una variazione normativa colpirá gli automobilisti, infatti vengono modificate le accise per diesel e benzina, con un aumento di 1,5 centesimi al litro per i diesel e una conseguente riduzione della stessa quantitá per i benzina.

    La cosa viene giustificata come una mossa per l’inquinamento ma in realtá é una scusa, dato che diesel e benzina inquinano entrambi anche se in modi differenti.

    Infatti nonostante un costo industriale piú alto il diesel é sempre costato meno in quanto sussidiato con una tassazione minore.

    Ma questi sussidi vengono visti dalla comunitá europea come ambientalmente dannosi e devono essere aboliti per poter accedere ai fondi del PNRR.

    silver and yellow fuel pump

    In realtá é un modo per fare cassa , con l’idea di equiparare gradualmente le accise di diesel e benzina entro il 2030.

    Per un privato cittadino che fa un pieno di 50 litri ogni 15 giorni questa novitá cuberá grossomodo una ventina di euro l’anno, a seconda dei consumi e della caratteristiche della macchina, che si spendono in piú per chi va a gasolio o si risparmiano se si ha un benzina, ma ovviamente per chi fá tanta strada o lavora con la macchina, che generalmente sceglie un diesel, questa novitá puó essere pesante per il portafoglio.

    Considerato che tra gli utenti privati le auto a benzina sono piú di quelle a gasolio potrebbe pure sembrare una bella notizia, ma in realtá non lo é dato che le merci viaggiano quasi esclusivamente su camion o furgoni a gasolio e questo porterá a far aumentare i costi di trasporto che si riverseranno sul costo delle merci. 

    blue and red freight truck on road

    E generalmente quando c’é un aumento dei prezzi non è strettamente proporzionale ai maggiori costi vivi, magari perché si vanno a compensare dei costi precedentemente assorbiti dai venditori , col rischio che si scateni la scintilla per un ulteriore esplosione dei prezzi, magari a fronte di costi aumentati dell’1% i prezzi sugli scaffali aumentano anche del 20%, quindi non certo un affare per le nostre tasche.

    E alla fine la cosa riguarda non solo l’automobilista che guida le auto termiche, ma anche chi va solo in elettrico o proprio neanche usa l’automobile, visto che comunque fará la spesa e si troverá a pagare di piú i beni che acquista regolarmente.  

    white car charging

    E non servirá nemmeno a incentivare l’acquisto dei veicoli elettrici, visto che chi viaggia tanto sceglie il diesel a prescindere perché non ha rivali come economia e versatilitá, nonostante gli aumenti, dato che anche volendo un elettrico tra costi e tempi di ricarica non è minimamente competitivo sulle lunghe distanze.

    Voi sapevate di questa novitá? Spenderete di piú o di meno?

  • La fregatura dei dazi USA

    La fregatura dei dazi USA

    Purtroppo la guerra commerciale decisa dagli Stati Uniti prevede l’utilizzo di dazi commerciali importanti per ristabilire la bilancia commerciale americana fortemente sbilanciata sulle importazioni.

    E per farlo il presidente Trump ha pensato di utilizzare massivamente l’uso dei dazi, in parte come strumento negoziale per ottenere benefici commerciali e in parte per limitare l’importazione di prodotti a basso costo da determinati paesi, come la Cina, rivali commerciali.

    E a pagare il conto saranno i consumatori, visto che il dazio null’altro è che una tassa aggiuntiva sulle importazioni  di determinati beni da determinati paesi per rendere meno appetibile il prodotto estero visto che viene gravato da una tassa , nei confronti del prodotto autoctono.

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    Il problema peró é che in un mondo ormai globalizzato non é detto che l’America riesca a produrre in casa tutto ciò che ha bisogno, e anche se ci riuscisse probabilmente lo farebbe con materiali o semilavorati provenienti dall’estero sui quali pagherebbe comunque dazio.

    E in piú i paesi colpiti dai dazi generalmente applicano dei contro dazi come ritorsione, facendo aumentare i prezzi dei prodotti americani fuori dall’America, cosa che finirà per colpire anche le nostre tasche.

    E se con un gioco di rinvii e di minacce sono stati messi parzialmente in stand-by, specie per determinati prodotti e paesi, sicuramente fa paura l’atteggiamento verso la Cina, anche qualora l’Europa finisse per trovare un accordo con gli Stati Uniti. 
    Infatti le tariffe previste sui prodotti cinesi impattano anche 3 volte il valore del bene rendendolo fuori mercato, anche in virtù della risposta a muso duro della Cina, forte della sua posizione dominante nella manifattura e nella fornitura di materie prime, di cui l’America é dipendente.

    stock exchange board

    E gli States vogliono usare i dazi alla Cina come merce di scambio con i paesi che vogliono essere esentati da quelli statunitensi: in pratica se vuoi vendere i tuoi prodotti in America non puoi fare affari con la Cina.

    Ma fare affari con la Cina, per molti stati potrebbe essere comunque piú conveniente che farli con gli Stati Uniti se si è costretti a scegliere una delle due fazioni e soprattutto potrebbe non essere una scelta saggia avere la Cina come nemico perché potrebbe comunque inondare il mercato di prodotti a basso costo nonostante i dazi, rendendo comunque poco competitive le produzioni locali.

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    Alla fine il voler rompere l’equilibrio della globalizzazione potrebbe portare grossi problemi commerciali, e si sa che i problemi commerciali sono le vere cause delle guerre, specie con una situazione giá fumantina tra Ucraina, Medio Oriente e Taiwan.

    Il rischio è che la guerra commerciale si trasformi in fisica con la discesa diretta dei soldati americani, cosa che potrebbe facilmente sfociare nella terza guerra mondiale.

    Il problema è che la forza militare americana non é piú quella macchina da guerra presente negli immaginari collettivi, visto che la tecnologia militare russa unita alla forza produttiva e alle materie prime cinesi è in grado di mettere in campo un quantitativo di armi superiore ad una frazione del prezzo, e che soprattutto l’America è ormai costretta ad utilizzare semilavorati e materie prime di origine cinese nelle sue armi, che in caso di disaccordi smetterebbero di essere fornite.

    soldier holding rifle

    Il rischio quindi per l’America é di fare la mossa sbagliata e di perdere non solo la faccia, ma anche la guerra e quindi il ruolo di prima potenza mondiale che gli ha consentito di usare il dollaro come moneta di scambio globale capace di influenzare l’economia mondiale e di ottenere finanziamenti a basso prezzo. 

    Sicuramente Trump è un buon giocatore di poker ed è probabile che dietro tutte queste mosse ci possa essere un bluff, ma il rischio che le cose possano andare storte, specialmente mettendosi contro un avversario che ragiona in maniera differente dal tuo modo di pensare, potrebbe essere parecchio pericoloso.

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    Ed è ancora piú pericoloso per quei paesi , come quelli europei, che dipendono da entrambe le parti in causa, visto che qualunque sia l’esito di una possibile guerra avrebbero comunque da perderci.

    Voi cosa ne pensate? Trump tornerá sui suoi passi o si rischia di tornare alla guerra fredda?

  • Addio a tiktok e alle nostre libertá digitali

    Addio a tiktok e alle nostre libertá digitali

    Uno dei social piú in voga del momento, TikTok rischia di scomparire, quanto meno negli Stati Uniti, e se questo venisse confermato é probabile che faccia la stessa fine anche in Europa.

    Tik Tok, infatti rischia il ban negli States ufficialmente per questioni di sicurezza nazionale, in realtá é la vittima della guerra commerciale contro la Cina, essendo la proprietà cinese, e nonostante i dati dell’applicazione, a causa delle prescrizioni di legge,  risiedono esclusivamente nel territorio dove é residente l’utente e non vengono pertanto conservati in Cina, dovrá comunque essere venduta ad una compagnia americana o altrimenti verrá vietata sul suolo americano.

    person holding black android smartphone

    La compagnia proprietaria ha fatto sapere che l’app non è in vendita, quindi è probabile che alla fine dell’ultimatum di 9 mesi concesso dal governo federale, a meno di ripensamenti non sará piú disponibile sugli store e sui cellulari degli utenti americani.

    E anche in Europa, continente vassallo dell’America, per Tik Tok tira una brutta aria: giá la app era stata vietata ai funzionari della commissione europea per presunti problemi di sicurezza, sono stati richiesti chiarimenti per il funzionamento di alcune sue funzionalitá e anche Ursula Von der Leyen, ha recentemente fatto intendere che non è escluso che anche in Europa nel prossimo futuro venga bannata come negli USA.

    woman in blue long sleeve shirt and blue denim jeans

    La sua colpa è di essere un’applicazione di successo non sviluppata da una compagnia americana, quindi non direttamente controllabile, che la si voglia vedere come protezionismo degli americani o una pedina della guerra commerciale in essere contro la Cina, pagherà per il suo successo.

    Ma non sará l’unica app che rischia di scomparire a seconda dei chiari di luna dei governi, soprattutto in Europa, dopo l’approvazione del DSA, Digital Services Act non mancano gli appigli per bloccare applicazioni sgradite alla politica.

    E nel mirino ci sono app che con la scusa di misinformazione o disinformazione , gestione della privacy o sicurezza veicolano contenuti che possono rivelarsi poco graditi, soprattutto in un periodo di guerra dove la censura e la propaganda, seppure in maniera subdola sono ben presenti dalle nostre parti.

    a woman using smartphone and ring light

    E a rischiare sono applicazioni dove si tende a non controllare le opinioni degli utenti, consentendo di pubblicare o non ostacolando la diffusione di certe tipologie di contenuti ritenuti scomodi o non allineati , anche se perfettamenti legali e veritieri, soprattutto in periodo di campagna elettorale.

    I primi indiziati sono Telegram e X , precedentemente noto come Twitter, dove la libertá di espressione degli utenti viene tutelata maggiormente rispetto ad altre applicazioni concorrenti, dove utilizzando il grimaldello del fact-checking vengono spesso silenziate, o ridotte nella diffusione discussioni con punti di vista non allineati al sentire comune, vuoi per piaggeria coi potenti, vuoi per non rischiare sanzioni o per non vedersi tagliati gli introiti pubblicitari, parlare di certi argomenti diventa quasi impossibile.

    Ma anche piattaforme piú vicine al potere come Facebook e Instagram sono a rischio : di recente sono state messe sotto inchiesta dalla comunitá europea in quanto non farebbero abbastanza per contrastare la presunta disinformazione russa, a riprova che basta portare un parere non allineato, come magari esprimere il punto di vista dei russi nella guerra con l’Ucraina, per essere silenziati.

    Atteggiamento che comunque non è nuovo visto che prima dei conflitti in Ucraina e in Palestina, il capostipite degli argomenti taboo é stato il covid, dove si silenziava ogni opinione minimamente critica sia sui vaccini che sulla gestione della pandemia, green pass e limitazioni alla circolazione.

    Purtroppo le libertà digitali si stanno lentamente stringendo, e se un tempo a venire limitata era la circolazione di informazione nei giornali e nelle tv, ora che il dibattito politico nasce principalmente in rete è la rete a venire silenziata se questo si ritiene che possa essere funzionale al potere.

    E questo avviene indipendentemente dal punto di vista o dalla veridicitá delle affermazioni , dato che per l’utente comune o per una fonte indipendente, solo trattare di certi argomenti diventa taboo, a meno di non essere una fonte ufficiale , e quindi piú soggetta al controllo del potere: quando si trattano argomenti scomodi si potrá sottostare alla limitazione della diffusione dei propri post , alla segnalazione o alla cancellazione dei contenuti.

    Voi cosa ne pensate? Avete notato limitazioni alla vostra libertà digitale? Avete qualche dubbio o curiositá? Scrivetelo nei commenti.

  • Il nostro potere di acquisto si é ridotto

    Il nostro potere di acquisto si é ridotto

    Purtroppo pandemie e guerre hanno stravolto la nostra economia facendola pericolosamente contrarre a causa degli aumenti di materie prime ed energia, portando alla crisi molti settori produttivi, e con il conseguente aumento del costo del denaro voluto dalle banche centrali con l’obiettivo di contenere l’inflazione, si é creata una pericolosa spirale che ha eroso il nostro potere d’acquisto.

    Infatti come ci accorgiamo quotidianamente quando facciamo la spesa o il pieno al nostro mezzo tutto ciò ché acquistiamo costa molto di piú rispetto al passato, mentre gli stipendi restano immutati, e anzi in alcuni casi possono essere anche diminuiti a causa di crisi aziendali o mancanza di commesse.

    Giusto chi ha un’attivitá in proprio ha la facoltá di aumentare i propri prezzi, ma con il rischio di perdere clienti, in quanto alzando troppo i prezzi i clienti non potrebbero  piú permettersi di acquistare e si rivolgeranno a chi fá prezzi piú contenuti, sceglieranno qualcosa di piú economico, procrastineranno o addirittura rinunceranno all’acquisto in attesa di tempi migliori.

    person putting coin in a piggy bank

    Questo banalmente significa che se prima con 80 euro potevamo riempire 4 buste della spesa, ora probabilmente ne potremmo riempire solo 3, quindi se le nostre entrate non aumentano dovremo consumare di meno, e consumando di meno si impoverirá la filiera che produce e distribuisce cio ché compriamo. La soluzione dovrebbe essere quella di avere in tasca non piú 80 euro per fare la spesa, ma 100 in modo da poter comprare sempre le solite 4 buste di spesa.

    Pertanto la strategia piú virtuosa per venire a capo del problema dovrebbe essere quella di aumentare le entrate per compensare l’inflazione, cosa semplice a dirsi che non a farsi ,ma vediamo qualche idea piú o meno realizzabile.

    abundance bank bank notes banking

    Una puó essere quella di fare degli investimenti che rendano piú dell’inflazione, ovviamente facendo particolare attenzione al fatto che con la crisi in atto alcune aziende potrebbero saltare, quindi le azioni o i titoli che abbiamo comprato come investimento potrebbero da un giorno all’altro perdere di valore, pertanto alcuni investimenti possono diventare piú rischiosi che in passato, anche se remunerati meglio.

    Altra strategia é quella di guadagnare di piú cercando un lavoro che ci garantisca maggiori entrate, magari espandendo le nostre conoscenze verso competenze molto richieste dal mercato, o se questo non fosse possibile eventualmente cercando un’occupazione part-time che ci consenta di percepire delle entrate aggiuntive.

    a woman in plaid blazer using her laptop and mobile phone

    Ovviamente dall’altra parte si può cercare di spendere meno, cercando fornitori alternativi, rinegoziando i nostri contratti o riducendo le spese non essenziali.

    Comunque la si giri peró serve una pianificazione e una maggiore attenzione alle entrate e alle uscite del nostro conto in banca.

    Voi avete altre idee per far fronte al problema? Scrivetele nei commenti!

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