Casa e Energia

  • I gasatori per l’acqua frizzante in casa

    I gasatori per l’acqua frizzante in casa

    Oggi parliamo di un prodotto che forse avrete visto nelle pubblicità e che può essere comodo avere in casa se ci piacciono le bevande gasate: il gasatore.

    Si tratta di un sistema per aggiungere dell’anidride carbonica all’acqua per renderla frizzante, con la possibilità aggiungendo dei succhi concentrati di trasformare la nostra acqua gasata in bibita e col vantaggio di poter regolare a nostro piacimento la “frizzantezza” oltre ad evitarci l’acquisto e il trasporto delle bottiglie di acqua o bibite dato che utilizzeremo l’acqua del rubinetto.

    Il risultato che si ottiene generalmente è molto buono, ma ovviamente si parte dal presupposto di avere una buona acqua di rete: se ci arriva nel rubinetto un’acqua scadente o con un particolare retrogusto non sparirà con l’aggiunta dell’anidride carbonica, anche se c’è sempre la possibilità di filtrarla con un filtro da applicare sotto il rubinetto o utilizzando una caraffa filtrante, ma in questi casi va messo in conto il costo della sostituzione periodica del filtro che va cambiato dopo un certo numero di litri trattati.

    Ovviamente nonostante sia tecnicamente possibile farlo escludiamo di comprare dell’acqua in bottiglia da gasare in casa: comprandola al supermercato verrebbe meno sia la convenienza, sia lo sbattimento di doverla trasportare che il risparmio di plastica, che è sia un rifiuto che dovremo smaltire che un peso per l’ambiente.

    Ci sono vari tipi di gasatori, dai modelli più complessi e costosi che possono essere montati sotto al lavandino e che permettono di fare uscire l’acqua gasata e filtrata direttamente dal rubinetto, a quelli più economici che occupano pochissimo spazio in casa, non hanno fili o collegamenti idraulici, ma solo l’alloggiamento per una bottiglia e una piccola cartuccia di gas da ricaricare dopo un certo numero di gasature.

    In pratica questi gasatori economici creano un loro ecosistema di accessori: funzionano con delle bottiglie proprietarie che hanno una data di scadenza, i cilindri di gas devono essere ricaricati solo presso i rivenditori autorizzati che ce li sostituiranno con uno pieno portando indietro il vuoto, oltre a vendere concentrati e accessori, ad esempio per la pulizia, dedicati.

    Ovviamente il kit iniziale col gasatore, un cilindro e una bottiglia costa veramente poco, spesso si porta a casa il kit gasatore base in offerta anche con meno di 50 euro, quello che costano caro sono i vari accessori dell’ecosistema: il set di 3 bottiglie di plastica finiscono per costare più di 20 euro e a rigore vanno cambiate dopo qualche anno, cosi come la ricarica del gas ci costa poco meno di 15 euro ogni 80 litri di acqua gasata.

    Poi per dovere di cronaca bisogna dire che esistono delle soluzioni alternative per risparmiare, se per le bottiglie è meglio restare sulle originali dato che nonostante il prezzo da rapina vengono comunque ammortizzate nel tempo, al limite si possono usare oltre la data di scadenza, qualcosa si può fare per il gas: contenendo della comunissima CO2 nulla ci vieterebbe, violando i termini di licenza del sistema, di farcele ricaricare da chi carica estintori che potrebbe fare un prezzo più basso della ricarica originale, cosi come potremmo utilizzare dei cilindri più grandi che in proporzione hanno un costo di ricarica molto minore e travasare l’anidride carbonica nel cilindro originale utilizzando un adattatore che si può trovare su internet, o ancora potremmo crearci in casa la CO2 con del ghiaccio secco, anche se qui da noi non è facile da reperire a basso costo come accade in altre parti del mondo.

    Questo ci fa domandare se effettivamente conviene entrare in un sistema che ci scucirà costantemente soldi man mano che lo usiamo, e la risposta è che se facevamo normalmente uso di acque e bibite gasate tutto sommato quei soldi li avremo  comunque spesi al supermercato, poi a seconda dei casi può esserci il risparmio oppure andarci in pari, magari sentendosi comunque soddisfatti per aver rispettato l’ambiente, ma in realtà è una questione di gusti: se ci si è abituati a una certa marca di acqua gasata e beviamo esclusivamente quella non c’è gasatore che tenga, dopo averlo provato è probabile che torneremo alle bottiglie, se invece per noi un’acqua gasata vale l’altra passare al gasatore è conveniente anche rispetto alle bottiglie di acqua del discount. Diverso è il caso per le bibite, i concentrati originali costano cari, e nonostante alcuni gusti siano molto particolari e interessanti spesso vuoi per il gusto e vuoi per la spesa non battono la concorrenza delle bibite confezionate, quindi in pratica è promosso per l’acqua, un po’ meno per le bibite, ma è comunque questione di gusti.

  • L’abbattitore domestico

    L’abbattitore domestico

    Dato che da qualche tempo le trasmissioni televisive , i siti e i canali che parlano di cucina vanno di gran moda è diventato normale desiderare di portarsi in casa oltre a particolari ricette e tecniche di cucina anche qualche attrezzo particolare usato dagli chef.

    E sicuramente uno poco comune nelle nostre case ma che vediamo spesso in tv e che potrebbe essere utile nella cucina di un’aspirante chef è l’abbattitore: uno strumento che consente di ridurre le temperature degli alimenti velocemente permettendo di conservare meglio gli alimenti evitando la formazione di batteri, consentendo cotture particolari e permettendo di ridurre i tempi di preparazione di molti cibi, oltre a permetterci di rinfrescare le nostre bottiglie di vino o di birra in tempi molto rapidi.

    La versatilità è tanta, gli ingombri alla fine , a meno di non acquistare prodotti professionali , sono analoghi a quelli di un forno a microonde quindi relativamente facili da piazzare in una cucina casalinga, a meno di non avere spazi particolarmente risicati: magari se siamo appassionati di cucina vale la pena dedicargli uno spazio se stiamo rinnovando l’arredamento.

    L’unico difetto al momento è il prezzo, dato che si tratta di un prodotto di nicchia difficilmente si scende sotto i 1000 euro per un prodotto casalingo decente, mentre per uno professionale si spende tranquillamente anche 3 o 4 volte tanto, quindi probabilmente non è per tutte le tasche, ma cosi come è avvenuto per altri elettrodomestici col tempo i prezzi sono destinati a scendere e nel giro di qualche anno è probabile che possa diventare alla portata di tutti, un pò come è stato,  per fare un esempio, per i microonde, che appena arrivati sul mercato costavano l’equivalente di alcune migliaia di euro, mentre ora se ne trovano anche con meno di 50 euro…

    Indispensabile per il sushi dato che è obbligatorio abbattere il pesce crudo per evitare la formazione del pericoloso batterio anisakis, è molto utile per la pasticceria specie per gelato, meringhe e cioccolato, permette il surgelamento rapido mantenendo le caratteristiche organolettiche dei cibi senza alterarne  le caratteristiche, permette di portare rapidamente, tipicamente non più di 90 minuti, un cibo caldo a 90 gradi alla temperatura di 3 gradi permettendo la conservazione senza la formazione di batteri.

    Infatti uno dei suoi più grandi pregi è che surgela e non congela come fa il freezer: si tratta di due operazioni distinte: surgelando si ha una temperatura più fredda (-18 gradi) raggiunta in tempi più brevi creando dei cristalli di ghiaccio molto più piccoli e questo consente di mantenere i nutrienti e le caratteristiche organolettiche che invece si vanno a perdere scongelando un alimento, oltre a consentire una maggiore durata degli alimenti rispetto alla congelazione tradizionale

    Inoltre l’abbattitore scongela rapidamente senza alterare il cibo, permettendo uno scongelamento controllato, combinando lo scongelamento che si ottiene lentamente in frigorifero a +4°C, con la velocità di sistemi come microonde o acqua bollente che però rovinano i cibi, con la comodità di potere programmare un timer e/o con una cottura lenta al termine dello scongelamento, cosa che tralaltro può essere comoda anche nel senso inverso, ad esempio per surgelare automaticamente al termine di una cottura lenta o una volta abbattuta la temperatura dei cibi.

    Può mantenere la temperatura costante per permettere particolari lavorazioni (esempio cioccolato o il gelato) , per gestire la lievitazione, oppure realizzare una cottura lenta a bassa temperatura o ancora rigenerare un cibo quindi portarlo dai +3 gradi ai +65 mantenendolo alla temperatura costante in attesa di essere consumato.

    Una funzione molto comoda è quella di raffreddare le bottiglie: se ci siamo dimenticati di mettere in fresco la nostra bottiglia di vino o di birra potremmo raffreddarla in pochi minuti (tipicamente di 1 grado al minuto) salvando la nostra cena e facendo un figurone con gli ospiti potendo gustare al momento quella bottiglia che ci hanno portato per la cena

    Voi conoscevate questo elettrodomestico? Pensavate di comprarlo? Fatecelo sapere nei commenti, cosi come se avete dei dubbi o delle perplessità, e come al solito se possibile vi risponderemo.

  • Arrivano le nuove etichette energetiche

    Arrivano le nuove etichette energetiche

    Quando dobbiamo scegliere un nuovo elettrodomestico confrontandolo con altri simili siamo abituati a farlo tramite l’etichetta energetica presente sui vari prodotti dal lontano 1996.

    Questa etichetta assegnava, per quanto riguarda il consumo di energia e di acqua delle classi colorate da D ad A+++ all’efficienza del prodotto, con D la peggiore e A+++ la migliore, con dei colori che andavano dal rosso delle condizioni peggiori al verde di quelle migliori.

    Nuova etichetta energetica

    Dal 1 marzo 2021 è entrata in funzione una nuova versione aggiornata dell’etichetta energetica, che sostituisce quella che siamo abituati a conoscere e che introduce una classificazione aggiornata con nuovi valori che all’inizio potrebbe confonderci le idee, dato che cambiando i parametri le nuove non potranno essere confrontabili con le vecchie.

    Dato che dal momento della sua introduzione nel 1996 le caratteristiche dei prodotti sono migliorate sensibilmente, è stato necessario nel corso degli anni aggiungere dei valori oltre alla classe A, all’epoca la migliore, aggiungendo dei + per differenziare quei prodotti che essendo più efficienti superavano le  caratteristiche della classe A, arrivando fino alla classe A+++.

    E ora dopo 25 anni non potendo aggiungere dei + all’infinito si è deciso di fare un po’ di pulizia,  stabilendo delle nuove fascie  che ora vanno dalla G alla A, eliminando i + ma soprattutto con dei nuovi valori più stringenti per rientrare nelle varie fasce, lasciando il  modo che i produttori abbiano il margine e lo stimolo per migliorare i propri prodotti, e lasciando libere per il momento le fascie più elevate per prodotti migliori di quelli attualmente in commercio.

    Infatti la classe migliore della vecchia etichetta, la A+++ corrisponderà nei migliore dei casi alla fascia B delle nuove etichette, lasciando la A per quei prodotti che supereranno abbondantemente gli attuali standard, e assegnando le altre fasce  a scalare verso in basso,  questo significa che lo stesso prodotto che prima aveva una pur diginitosa fascia A che nell’etichetta precedente , ora è retrocesso nelle fascie più scarse,  magari in fascia D o E a seconda dei casi

    Vecchia etichetta

    Non allarmatevi quindi se vedrete degli elettrodomestici etichettati con una fascia poco felice: sono soltanto cambiati i parametri di riferimento, cosi come variano anche nelle indicazioni dei parametri presenti nelle etichette: ad esempio per i consumi di acqua ed energia non ci riferirà per quanto possibile all’uso annuo, ma rispettivamente al valore di un singolo ciclo e al consumo di 100 cicli in modalità eco , quella di maggiore efficienza.

    Sarà introdotta una scala sempre con delle lettere da A a D anche per la rumorosità e sarà presente un QR code che se inquadrato con il nostro smartphone ci permetterà di consultare una scheda tecnica più approfondita presente in rete sul database europeo EPREL

    In realtà in una prima fase la nuova etichetta sarà obbligatoria per alcune categorie di elettrodomestici come lavatrici, lavasciuga, frigoriferi e lavastoviglie, oltre a display come tv e monitor, posticipando l’obbligo al settembre 2021 per le lampade e al 2022 per asciugatrici , forni e cappe

    In contemporanea all’entrata in vigore delle nuove etichette si aggiungono delle direttive europee sull’ecocompatibilità dei prodotti che fissano paletti più stringenti per la progettazione, i consumi, il riciclo, la riparabilità e la disponibilità dei ricambi che dovrebbero garantire maggiore sostenibilità degli elettrodomestici, garantendo minori consumi e maggiore durata dei nostri apparecchi.

    E c’è da dire che l’argomento è molto sentito visto che il tema dell’obsolescenza programmata è una realtà importante in questo categoria di prodotti, soprattutto nei prodotti più economici, che spesso hanno una durata di vita progettata in fabbrica di modo che si guastino o perdano efficienza dopo un periodo prestabilito, tipicamente 5 anni dall’acquisto, e che debbano quindi venire essere sostituiti, dato che diventa antieconomico ripararli, vuoi per i costi rispetto alla sostituzione e vuoi per la indisponibilità di pezzi di ricambio creando danni sia alle tasche del consumatore che all’ambiente, dato che sia lo smaltimento che la produzione di un sostituto è fonte di inquinamento.

    Sulla carta tutto questo dovrebbe migliorare anche se a costo di un po’ di confusione nei confronti, almeno nel primo periodo. Voi utilizzate le etichette energetiche? Eravate al corrente della novità? Fatecelo sapere nei commenti, cosi come se avete dei dubbi o delle perplessità, e come al solito se possibile vi aiuteremo.

  • La Tv è da cambiare?

    La Tv è da cambiare?

    A causa dell’aggiornamento del sistema di trasmissione televisivo tra il 2021 e il 2022, sia per liberare preziosa banda per le trasmissioni 5g sul terrestre, che per permettere la trasmissione in alta definizione sul satellite si utilizzerà un’evoluzione dell’attuale sistema che semplificando al massimo la cosa consente di trasmettere nello stesso spazio più canali , o canali a maggiore definizione.

    Per fare questo però , a meno di non avere un apparecchio molto recente dovremmo aggiornare il televisore o dotarci di un decoder esterno. Se già avevamo un decoder esterno , magari perché riceviamo la tv da satellite, si tratterà di sostituire il decoder e la smart card, cosa che a parte la spesa risulta essere un’operazione alla portata di tutti, anche se potrebbe essere una scocciatura ci da in cambio la ricezione di alcuni nuovi canali che possono valere comunque la spesa.

    Se invece riceviamo la tv con un’antenna terrestre se non interveniamo perderemo in piu fasi la visione dei canali televisivi, prima quelli tematici e poi anche quelli generalisti , questo avverrà in più fasi e a seconda di  quanto è vecchio il nostro televisore soprattutto nella prima fase che avverrà nel corso del 2021 potremmo cavarcela con una risintonizzazione dei canali oppure essere costretti a cambiare televisore o a dotarci di un decoder esterno con il suo telecomando, cosa che probabilmente dovremo comunque fare nel corso della seconda e ultima fase prevista per il 2022.

    Per sapere se il nostro televisore passerà indenni queste fasi è possibile fare un semplice test, da fare possibilmente dopo una risintonizzazione dei canali qualora il televisore non la facesse in automatico: se il nostro televisore riesce a sintonizzare i canali HD come quelli RAI che si trovano alle posizioni 501 502 e 503 del telecomando, passeremo indenni la prima fase, mentre per sapere se passeremo indenni anche all’ultima basterà controllare se il televisore riesce a sintonizzare correttamente il canale Test HEVC Main 10 che si trova sulla posizione 100 o 200 del telecomando: se non lo trovate o si visualizzasse uno schermo nero purtoppo entro il 2022 dovrete dotarvi di un nuovo televisore o di un decoder.

    In tal caso, sappiate che con un ISEE inferiore ai 20.000 euro è possibile richiedere un bonus statale di 50 euro per l’acquisto di un nuovo televisore o di un decoder a patto che rientri in un’elenco di modelli stilato dal ministero, reperibile a questa pagina.

  • Gli elettrodomestici non sono più italiani

    Gli elettrodomestici non sono più italiani

    Facendo un giro nei magazzini di elettrodomestici vedrete che trovare un’elettrodomestico  italiano è diventata una rarità: se prima le aziende italiane erano quelle più presenti nei negozi specializzati, e a parte qualche prodotto tedesco di alta gamma praticamente tutte le lavatrici, i frigoriferi , le lavastoviglie o le cucine erano di produzione nazionale ora non è più cosi.

    Se da una parte il mercato è invaso di prodotti turchi (Beko, Telefunken), e cinesi (Haier, Hisense, Midea ,etc.), magari sotto le mentite spoglie di un vecchio marchio caduto in disuso e utilizzato su licenza come succede coi televisori, anche quasi tutti gli storici produttori italiani sono finiti tutti in mano straniere: come l’ex gruppo Zanussi acquistato dalla svedese Electrolux , il gruppo Indesit rilevato dalla americana Whirpool o come Candy rilevato dalla cinese Haier , e anche nella fascia alta troviamo più facilmente prodotti coreani (Samsung, Lg) , americani (Whirpool) o tedeschi (Bosch, Miele) anziché italiani

    Questo non vuol dire però che i prodotti italiani non ci siano, a parte qualche gruppo più piccolo restato indipendente, anche alcune delle case che hanno inglobato gli storici gruppi italiani hanno mantenuto alcuni stabilimenti, quindi qualcosa di fatto nella nostra  terra lo si trova ancora, anche se dipende dai prodotti, soprattutto le linee più economiche è più probabile che vengano prodotte nell’est Europa, in Cina o in Turchia anche se hanno sulla scocca uno storico marchio italiano, cosi come alcuni prodotti delle fasce più costose di alcuni marchi stranieri facenti parte dello stesso gruppo industriale è possibile che vengano prodotti dagli stabilimenti italiani.

    Poi ovviamente la qualità dipende da come viene ideato e prodotto quel bene, non dall’ubicazione dello stabilimento, dato che anche quando gli stessi gruppi erano in mani italiane producevano anche all’estero.

    Quello che però fa strano è l’essere passati nel giro di una ventina d’anni da paese leader nel settore degli elettrodomestici che li esportava in tutto il mondo a essere diventati una colonia invasa da prodotti stranieri dove non abbiamo più nemmeno un produttore nostrano di rilevo, almeno sui grandi elettrodomestici.

    Giusto qualche azienda di componentistica italiana rimane attiva con una certa importanza, ma come tutte le aziende dell’indotto le produzioni seguono la sorte degli stabilimenti che vanno a fornire: se le lavatrici vengono prodotte in Cina o in Turchia anche chi fa manopole o guarnizioni è probabile che sposti la produzione nei pressi degli stabilimenti dei propri clienti.

    E’ un lento declino , figlio della globalizzazione , purtoppo non dipende da noi, ma una cosa la possiamo fare: quando acquistiamo uno di questi prodotti cerchiamo, compatibilmente col nostro budget e le nostre esigenze, di sceglierne uno fatto in italia in modo da non ammazzare completamente questa industria e far chiudere anche quei pochi stabilimenti rimasti nel bel paese.

    Voi avete in casa degli elettrodomestici italiani o stranieri? Avete mai fatto caso al paese di produzione sull’etichetta? Scrivetecelo nei commenti cosi come se avete dei dubbi o delle curiosità.

  • Cambiare il gestore di elettricità

    Cambiare il gestore di elettricità

    Parlare di bollette dell’energia elettrica è un argomento spinoso e un pò fumoso, vista la complessità di una bolletta elettrica dove bisogna quasi essere quasi uno scienziato per capire il funzionamento delle tariffe e come mai anche con un consumo molto ridotto si hanno spesso bollette particolarmente pesanti.

    Infatti nelle bollette tra oneri di sistema e spese di trasporto, quindi quelle spese che , semplificando, remunerano i cavi elettrici , la potenza del contatore o la produzione di energie rinnovabili e tralaltro con i prezzi che variano all’interno di alcune soglie, dove i primi kilowattora hanno un prezzo, i secondi un altro e i terzi un altro ancora andare a racapezzarsi su come risparmiare è davvero un problema.

    C’è anche da dire che anche se non volessimo stressarci a cambiare gestore dell’energia elettrica prima o poi saremo costretti a farlo, infatti è prevista a breve la fine del mercato di maggior tutela: quindi il servizio elettrico nazionale, quello che storicamente chiamavamo enel, a causa della liberalizzazione del mercato cesserà di esistere e quindi saremo giocoforza costretti a cercare un gestore nel mercato libero, scelta che per le famiglie , a meno di ulteriori proroghe, dovrà essere fatta prima del 1 gennaio 2022.

    Ma conviene passare al mercato libero? In realtà dipende dal nostro consumo e dalle nostre abitudini, con qualche gestore spenderemo meno e con qualcuno di più quindi dovremo essere capaci di capire chi può farci effettivamente un prezzo migliore e non finire nelle mani del primo operatore che potrebbe farci spendere più del previsto, quindi prestate la massima attenzione quando firmate un contratto, ma come fare a trovare il gestore che fa per noi?

    La risposta più semplice è fare uso di un comparatore di prezzo. Ce ne sono tanti in rete che comparano tariffe telefoniche, internet, mutui, prestiti e anche energia. Fate però attenzione ad una cosa: questi comparatori vendono i loro servizi ai gestori, che concederanno una provvigione al comparatore o pagheranno per essere presenti o aver maggiore visibilità sui risultati di ricerca, ma alcuni gestori potrebbero ,magari per tenere le tariffe più basse possibili, non voler pagare per questi servizi e quindi non essere presenti sul comparatore, con il rischio che il gestore per noi più conveniente non ci verrà nemmeno proposto.

    Per ovviare al problema , se non si vuole spulciare a mano le offerte dei singoli gestori, si potrebbe fare uso di più comparatori sperando che quello col prezzo migliore per le nostre esigenze sia presente. In alternativa esiste un comparatore che potremmo definire statale, il portale offerte dell’ARERA, l’autorità statale che si occupa dell’energia e del gas dove sono presenti le offerte di tutti gli operatori in una determinata area geografica.

    Fortunatamente, a differenza delle bollette elettriche, questo comparatore , che trovate all’indirizzo www.ilportaleofferte.it , è di facile comprensione, basterà indicare alcuni dati, quali la località dell’impianto, se si tratta di una prima o di una seconda casa, se si vuole una tariffa dell’energia fissa o variabile, in pratica come fosse il tasso di un mutuo, la potenza del contatore, se si vuole una tariffa differenziata per fascie orarie o solo energia da fonti rinnovabili, eventuali servizi aggiunti e soprattutto il consumo previsto che puo essere rilevato dalle ultime bollette o stimato dal sito a seconda degli elettrodomestici presenti e dal numero degli abitanti della casa.

    Verrà restituito un elenco di gestori con la stima della spesa annua, e la differenza con il prezzo che pagheremo col servizio di maggior tutela, con la possibilità di scaricare una scheda con tutte le caratteristiche dettagliate dell’offerta di quel gestore, che in caso di nostro interesse potremmo contattare per sottoscrivere un contratto.

    Esistono inoltre delle offerte standardizzate dette Placet che ogni gestore deve offrire e le cui caratteristiche sono definite dall’autorità e non possono essere modificabili, se non dopo un’anno: queste essendo uguali per tutti i gestori consentono di poter confrontare facilmente i costi di ogni singolo gestore, anche se non è detto che la PLACET sia l’offerta più conveniente che il singolo gestore ci potrà fare.

    Insomma l’argomento è complesso, ma fortunatamente esistono degli strumenti che ci possono aiutare nella scelta. Voi li conoscevate? Scrivetelo nei commenti, cosi come se avete dei  dubbi o delle curiosità e se posso vi risponderemo.

  • Un vero hifi alla metà del prezzo di una cassa bluetooth

    Un vero hifi alla metà del prezzo di una cassa bluetooth

    Qualche giorno fa al pub si discuteva con gli amici di come ascoltiamo la musica nelle nostre case, e devo dire che risposta di un mio amico mi ha fatto triggerare abbastanza: dice di avere messo in cantina un impiantino hi-fi per sostituirlo con una cassa bluetooth di marca pagata 250 euro che a suo dire oltre ad essere molto più comoda, suonava anche meglio, e complice qualche birra di troppo ho scommesso che avrei trovato qualcosa di nettamente superiore spendendo la metà.

    Beh ripensandoci il giorno dopo a mente lucida devo dire di essermi messo in un bel pasticcio: c’è da dire che nella fascia tra i 100 e i 150 euro girando per i negozi di elettronica si trovano effettivamente dei micro hi-fi, anche di marchi importanti, ma si tratta di modelli veramente entry level , spesso fatti interamente in plastica o senza possibilità di collegare una fonte esterna AUX come un giradischi o un computer, che potrebbero effettivamente suonare peggio della cassa bluetooth del mio amico: non posso rischiare, devo trovare di meglio.

    Dalla mia devo dire che la qualità delle casse bluetooth per quanto valide non possono reggere il confronto, a meno che non serva la trasportabilità o l’impermeabilità di alcuni modelli, e quindi dovrebbero suonare peggio di un impiantino entry level, quanto meno per il posizionamento dei diffusori più consono all’alta fedelta, ma per contro il mio amico potrebbe giocarsela sulla potenza della sua cassa bluetooth e sui bassi molto enfatizzati: mi serve qualcosa di nettamente superiore, ma non posso sforare il budget.

    E l’idea che mi è venuta si basa sugli amplificatori economici digitali: dove un singolo chip del costo di pochi euro riesce a fornire prestazioni equiparabili a quelle di un’intero amplificatore hi-fi dal costo di centinaia se non migliaia di euro. Se all’inizio questi sistemi come i T-amp avevano una ottima resa ma erogavano poca potenza, col tempo sono arrivati sul mercato chip più potenti dove alla alta qualità si è aggiunta una potenza di erogazione di tutto rispetto: anche 100W per canale, con la possibilità di combinare più chip per ottenere più potenza o gestire un sistema surround: ecco che abbiamo degli amplificatori in classe D, di piccole dimensioni, grandi potenze al costo di pochi euro.

    Basandosi su questi chip , come il Texas Instruments TPA3116, addirittura esistono amplificatori in kit di montaggio per circa 10 euro, o amplificatori completi anche per 30 euro, qualche euro in più se si vuole il ricevitore bluetooth integrato , l’alimentatore incluso ,  che nel caso può essere recuperato da quello di un vecchio pc portatile o di un qualche apparecchio elettrico in disuso o più chip per gestire surround o una maggiore potenza.

    Infatti con circa 40 euro ho trovato su Amazon un amplificatore di produzione cinese, marchiato Breeze Audio, ma lo trovate identico con altri marchi, dotato di bluetooth e doppio chip per una potenza di 2×100 watt al quale aggiungerò l’alimentatore di un vecchio portatile , ma che nel caso voi non ne aveste per casa potreste recuperarlo in rete per poco più di 10 euro, o comprare già un pacchetto amplificatore + alimentatore.

    A questa spesa c’è da aggiungere un paio di euro per il cavo e soprattutto , gli altoparlanti. Qui mi direte casca l’asino, perche per stare nel budget che ci eravamo prefissati a meno di non beccare il colpo di fortuna nei mercatini dell’usato difficilmente di trova qualcosa che suoni meglio di un paio di altoparlanti per PC o dell’impiantino da 100 euro del centro commerciale.

    E invece una soluzione esiste, e anche quella si trova su amazon spendendo intorno ai 60 euro: anche qui parliamo di un prodotto cinese di un marchio che difficilmente avrete già sentito: LONPOO LP-42: si tratta di una coppia di casse passive da 75watt a due vie con woofer da 4 pollici e tweeter da 1 pollice, interamente in legno di ottima costruzione, e a detta anche di gente più competente del sottoscritto suonano meglio di casse che costano anche 4/5 volte di più.

    Vediamo un po di fare due conti : casse 65 euro, altri 40 per l’ampli, 5 euro di cavo, e 15 di alimentatore: siamo a 125 euro , proprio l’esatta metà di quanto speso dal mio amico per la sua cassa bluetooth, mi sembra che la scommessa l’abbia vinta io!

    Sicuramente può essere una base di partenza interessante anche per chi vuole ascoltare la musica in casa con una qualità decente , al quale magari attaccarci un giradischi, e che possa essere la base di partenza per prossimi upgrade, tipo per un amplificatore più serio, magari valvolare e che comunque senza occupare tanto spazio in casa, dato che le casse stanno tranquillamente su una mensola.

    Voi cosa ne dite? Vi piace questa soluzione o avreste usato dei componenti differenti? Fatemelo sapere nei commenti, cosi se avete dubbi o curiosità e vi risponderò.

  • I robot aspirapolvere

    Avrete sicuramente sentito parlare dei robot aspirapolvere, quei robottini che riescono a spazzare via la polvere e secondo i modelli pulire i pavimenti. Sicuramente essendo una tipologia di elettrodomestico nuovo suscita curiosità e dubbi, ma vediamo di fare un punto.

    Innanzitutto la prima domanda che uno si fa è Funzionano? Puliscono davvero? Beh si, anche se molto dipende dal modello che scegliamo, perché in giro si trovano modelli un po’ farlocchi che servono a poco o che costano più di quanto valgono, quindi è essenziale fare una buona scelta per non ritrovarsi in casa un prodotto poco utile.

    Sicuramente hanno un’uso diverso da un’aspirapolvere o scopa elettrica tradizionale, sono pensate per un’uso più frequente che consente di tenere pulita la casa, lasciando il grosso all’aspirapolvere tradizionale che potrà essere usata molto più raramente, quindi non la sostituisce ma la affianca.

    Una delle caratteristiche più interessanti è che sono relativamente autonomi: possono essere impostate per eseguire la pulizia , tramite un timer, un telecomando o un’app sul cellulare e tornare da sole alla base per la ricarica, lasciando al proprietario solo l’onere di svuotare il serbatoio della polvere, anche se a dire il vero i modelli meno sofisticati tendono ad impigliarsi sui tappeti costringendo il proprietario ad intervenire,  a meno di non averli fatti sparire prima di far partire il robottino.

    Il robottino una volta partito andrà in giro per la casa ad aspirare la polvere, passando almeno in teoria anche sotto i mobili e sui tappeti, per poi tornare alla sua base una volta finito il suo lavoro o quando la batteria si sta per scaricare.

    Vediamo come sono fatti, abbiamo un apparecchio di forma piu o meno tondeggiante, che integra al suo interno una batteria ricaricabile come quella dei cellulari, un motore per l’aspirazione come un’aspirapolvere tradizionale collegato ad una o più spazzole rotanti che convogliano lo sporco sulla bocchetta di aspirazione, e delle ruote che le consentono di muoversi. In aggiunta a questo abbiamo una base dove l’apparecchio andrà ricaricato, e ovviamente il serbatoio dove si deposita la polvere risucchiata, e dei sensori che aiutano l’apparecchio ad evitare ostacoli o a ribaltarsi.

    Una delle prime cose da verificare è il potere aspirante, quelle molto economiche tendono ad avere una potenza appena sufficiente a risucchiare la polvere, cosa che in presenza di animali in casa o di pulizie poco frequenti possono portare ad un risultato poco soddisfacente con polvere e briciole che non verranno aspirate completamente. Inoltre è bene che l’aspirapolvere abbia anche il filtro HEPA per le polveri più sottili , che ci consente una migliore pulizia e sanificazione degli ambienti.

    Altra cosa da tenere a mente in fase di scelta sono le dimensioni: quelle più grandi e soprattutto più alte possono avere problemi ad infilarsi sotto i mobili rispetto a una più bassa, per contro se è piu alta probabilmente avrà un serbatoio più grande e magari una batteria più grande che le consente una maggiore autonomia, riuscendo a pulire la casa in una sola passata senza doversi ricaricare, cosa molto utile se la facciamo partire quando non siamo in casa o se abbiamo una casa non piccolissima.

    Tralaltro alcune di quelle più alte possono avere delle funzioni utili come il modulo lavapavimenti, che consente di sostituire il serbatoio dello sporco con uno di acqua insaponata e un panno, col quale lavare i pavimenti  oppure una torretta contenente dei sensori o delle telecamere per mappare la casa che consentono all’apparecchio di non ripassare dove è gia passato, velocizzando la pulizia, evitando pericoli ed eventuali zone dove non vogliamo che l’apparecchio passi, senza dover chiudere porte o acquistare dei muri virtuali, non sempre disponibili per tutti gli apparecchi.

    Generalmente queste funzioni di mappatura, cosi come le app per gestire al meglio le funzionalita da remoto o i sistemi di movimento intelligenti sono caratteristiche dei modelli più performanti , e spesso esclusive di determinati marchi, quindi anche scegliere il produttore giusto ha il suo peso e non solo per la garanzia, ma soprattutto per la diponibilità eventuali accessori e ricambi, come le spazzole , i filtri o i panni per l’eventuale modulo lavapavimenti: il modello sconosciuto cinese venduto a un prezzaccio nonostante sembri sulla carta un’affarone potrebbe diventare presto un ferma carte se non si trovano gli accessori.

    E pertanto è bene capire bene cosa stiamo comprando magari consultando delle recensioni, per scoprire eventuali difetti, come allergia a certi tipi di tappeti , app che impazziscono, ricambi introvabili, rumorosità, autonomia limitata, funzione di ritorno in carica non funzionante etc., che potrebbero evitarci di fare un’acquisto sbagliato. Voi ne avete gia una in casa? La usate regolarmente? Fatecelo sapere nei commenti, cosi come se avete qualche dubbio o curiosita e come al solito vi risponderemo.

  • 5G: Dovremo cambiare televisore?

    Il 5G e i televisori, sebbene siano due argomenti ben distinti, hanno una cosa che li accomuna: le frequenze utilizzate per la trasmissioni del segnale. Infatti il governo ha previsto di dedicare al 5G , utilizzato per la telefonia e per portare la connessione internet in mobilità a velocità elevate, alcune frequenze attualmente utilizzate dai canali televisivi, indicendo una gara grazie al quale gli operatori telefonici prenderanno possesso entro il 2022 di alcune di queste frequenze, costringendo le televisioni a riorganizzarsi per trasmettere in meno banda lo stesso numero di canali.

    Le frequenze a disposizione per la televisione che nel tempo si sono ridotte dal passaggio dalla televisione analogica a quella digitale, avvenuta tra il 2008 e il 2012 diventeranno ancora meno costringendo a utilizzare degli accorgimenti tecnici per poter trasmettere lo stesso numero di canali in una banda a disposizione ancora più ristretta, utilizzando delle tecnologie di trasmissione più efficienti. Per questo motivo cambierà ancora una volta il sistema di trasmissione, cosa che ci porterà per poter continuare a vedere la tv terrestre a dover cambiare di nuovo i televisori, a meno di non volerci dotare di un decoder esterno, come era già avvenuto una decina di anni fa.

    Tralaltro il sistema di trasmissione , a meno di ulteriori modifiche della legge , che a dire il vero è già stata cambiate due volte e quindi non si esclude che possa cambiare ancora, cambierà non una ma 2 volte, e l’impatto per le nostre tasche cambierà molto in base a quanto il nostro televisore è recente: se lo avete cambiato da poco, diciamo da non più di un paio d’anni, riuscirete a passare indenni a entrambi i cambiamenti, ma se la tv ha qualche anno alle spalle probabilmente passerà indenne al primo passaggio ma non al secondo, sempre che la legge nel frattempo non cambi e si salti una di queste fasi, cosa da non escludere a priori.

     Si passerà infatti dall’attuale sistema DVB-T compresso in MPEG-2, in una prima fase sempre al DVB-T ma compresso in MPEG-4, cosa che dovrebbe salvare molti televisori anche con qualche anno sulle spalle, ma non i primissimi televisori ad essere cambiati col primo passaggio al digitale terrestre vecchi una decina di anni, cosi come sono a rischio alcuni dei televisori economici di piccole dimensioni ,anche un po’ più recenti, che generalmente si usano nelle cucine e nelle camerette. Per sapere se il televisore dovrà essere cambiato oppure no in questa fase, si può fare un semplice controllo: se il televisore riesce a ricevere i canali in HD , che si trovano intorno alla posizione 500 del telecomando, non ci sarà bisogno di cambiarlo o di comprare un decoder in questa fase, ma basterà a tempo debito effettuare una risintonizzazione dei canali.

    Il problema si pone invece col secondo passaggio , al DVB-T2 HEVC dove i televisori non recentissimi nulla possono e tranne qualche televisore di alta gamma un po’ più moderno della concorrenza ,ammesso e non concesso che possa ricevere le trasmissioni a 10bit, dovrà essere affiancato da un decoder esterno o sostituito. Qui per sapere se il vostro televisore è compatibile andate a vedere, eventualmente dopo aver fatto una risintonizzazione dei canali, se sono presenti i canali test Test HEVC Main10 alle posizioni 100 e 200 del telecomando. Se non sono presenti il vostro televisore non è compatibile con la seconda fase, quindi entro il 2022 dovrete intervenire per poter continuare a ricevere la tv.

    Diciamo che ad ogni modo almeno un cambiamento entro il 2022 sarà fatto perché altrimenti lo stato dovrà pagare delle penali alle compagnie telefoniche che hanno lautamente pagato per ottenere quelle frequenze 5G, quindi a seconda della regione esiste un calendario con la data massima entro la quale le frequenze saranno liberate: Valle d’Aosta, Piemonte, Lombardia, provincia di Trento, provincia di Bolzano, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna dal 1° settembre 2021 al 31 dicembre 2021 , Liguria, Toscana, Umbria, Lazio, Campania, Sardegna dal 1° gennaio 2022 al 31 marzo 2022; Sicilia, Calabria, Puglia, Basilicata, Abruzzo, Molise e Marche dal 1° aprile 2022 al 20 giugno 2022

    C’è da dire che un decoder costa in media una cinquantina di euro, anche meno se lo si compra online ,e sono previsti degli incentivi per le famiglie non abbienti a seconda del reddito ISEE, ma che comunque un decoder esterno richiede un telecomando aggiuntivo e l’uso di una porta HDMI , Scart o RCA del televisore che magari è gia occupata da altri apparecchi quali lettori dvd, console di videogiochi o box per la smart tv, costringendoci a rinunciare a uno di questi apparecchi, o a doverli scollegare di volta in volta o ancora a dover comprare degli adattatori particolari, gli switch HDMI, che risultano essere abbastanza scomodi nell’utilizzo perché generalmente non gestibili dal telecomando.

    La soluzione più comoda , ma più costosa, è invece quella di sostituire il televisore con uno più moderno, i nuovi anche di grandi dimensioni costano meno rispetto al passato (un buon 55 pollici lo si porta a casa anche a meno di 400 euro, quando al primo switch-off un 42 pollici in alta definizione ne costava quasi 2000), hanno qualità superiore  e tecnologie più moderne come il 4K e HDR, anche se generalmente tendono a peccare un po sull’audio ed essendo mediamente più grandi rispetto al passato potrebbe essere difficoltoso trovargli spazio in un mobile preesistente e/o in spazi di piccole dimensioni, senza contare che un conto è sostituire soltanto l’unico televisore della casa , mentre ben diverso per le nostre finanze cambiarli tutti se se ne ha uno in ogni camera.

    Diciamo quindi che a breve è previsto che dovremo fare questa spesa, sempre che non vogliamo decidere di rinunciare all’antenna terrestre per sostituirla con il segnale satellitare, dove però si perdono molte delle tv locali e i telegiornali regionali di rai3, o via internet. Abbiamo quindi il tempo di guardarci attorno e iniziare a valutare qualche soluzione in modo da non trovarci impreparati al momento del cambio.

    Voi vi state gia attrezzando? Scrivetelo nei commenti, cosi come se avete qualche dubbio o curiosità e nei limiti del possibile vi risponderemo.

  • Cambiare i fornelli: meglio il gas o le piastre a induzione?

    Cambiare i fornelli: meglio il gas o le piastre a induzione?

    Piano di cottura a gas

    I piani di cottura delle cucine generalmente utilizzate nel nostro paese sono a gas, o  ad aria propanata.

    Questa soluzione dal costo ragionevole e tutto sommato comoda, specie se nella nostra abitazione arriva il gas di città, nonostante sia collaudata col tempo, espone sempre a qualche rischio in materia di sicurezza.

    Inoltre anche la pulizia diventa scomoda in caso di residui che fuoriescano dalla pentola.

    La soluzione per evitare il problema gas è cuocere con delle piastre elettriche.

    Queste piastre si presentano con un elegante piano in vetro facile da pulire, ma hanno delle caratteristiche particolari che potrebbero rivelarsi poco pratiche per qualcuno.

    Sostanzialmente nel mondo delle piastre elettriche esistono due tecnologie: le piastre tradizionali con resistenza (che a loro volta può essere alogena o radiante)  e quelle più moderne ad induzione.

    Piastra in vetroceramica

    La piastra con la resistenza è il sistema più collaudato, ma è pure quello meno efficiente: i consumi sono elevati senza grossi benefici nei tempi di cottura, o nella qualità della stessa. Anche se l’efficienza è migliore rispetto al gas (si passa da un rendimento del 40% del gas, al 47% della vetroceramica radiante , al 58% dell’alogena) dato che la potenza viene concentrata in meno spazio senza dissipare il calore,  il piano in vetro, altamente scenografico,  rimane comunque caldo e ci si può scottare. Le potenze assorbite inoltre sono importanti (un singolo fuoco può assorbire tranquillamente oltre 2 kilowatt, cio significa che con una stufa, una pompa di calore o un microonde acceso in contemporanea alla cottura, si rischia di far saltare il contatore per sovraccarico), anche se non arrivano ai picchi di quelle a induzione.

    Piastra a induzione

    Le piastre a induzione invece non trasmettono il calore, quindi sono fredde, dato che funzionano per mezzo di una bobina, che creerà un campo magnetico con la pentola, che pero’ dovrà essere di materiale ferroso.  Il risultato è che non ci scotterà se malauguratamente dovessimo mettere le mani sul fornello. Infatti solo il contatto con il pentolame apposito (infatti con questo tipo di piastra solo alcuni materiali possono essere usati per la cottura, banalmente quelli a cui si può attaccare una calamita, quindi niente pentolame antiaderente, moka e in alluminio) attiverà il processo di cottura. Altro problema sono i consumi: un fuoco di una piastra a induzione può toccare anche i 6 kilowatt di consumo, rendendo necessario un adeguamento del nostro contatore elettrico. Fortunatamente alcune piastre hanno una modalità che permette di limitare l’assorbimento sotto i 3 kilowatt limitando la potenza, quindi allungando i tempi di cottura. Il grosso vantaggio pero è che i tempi di cottura rispetto alla classica vetroceramica sono dimezzati, data l’efficienza che sale al 90%: consumeranno pure tanta corrente, ma per molto meno tempo.

    Quale scegliere? Dipende da quanto siamo paranoici per la nostra sicurezza,  e dal costo dell’energia del nostro fornitore elettrico. Purtroppo un pò la moda e un pò la tecnologia relativamente giovane non giovano alle piastre a induzione anche sul fronte dei costi, anche se faranno la loro scena in una casa hi-tech. Le piastre in vetroceramica classiche invece possono essere convenienti dove l’uso del gas diventa un problema, ma lo sono meno se raffrontate con il gas (costano molto di più nell’acquisto e nella gestione, ma i benefici che si ottengono sono limitati), ma anche con quelle a induzione, che pur costando ancora di più sono molto più efficienti, mantenendo il vantaggio della pulizia semplificata e il design moderno.